ARTE

Viaggio nel mondo antico alla scoperta dell’omosessualità nell’Arte

Giugno è il mese della bella stagione, ma è anche quello dei Pride, l’orgoglio omosessuale visto come normalità e non più come diritto da conquistare. Quest’anno però molte manifestazioni italiane sono rinviate o, addirittura, annullate in favore di iniziative ed eventi che possano garantire una sensibilizzazione sul tema senza assembramenti.

Ma com’era percepita l’omosessualità prima e in che modo è stata raffigurata nell’arte?

Cominciamo subito col dire che il termine “omosessuale” risale al XIX secolo. È errato parlarne in questi termini facendo riferimento a Roma o alla Grecia, in quanto gli antichi distinguevano (come “discriminante”) il solo ruolo attivo o passivo all’interno del rapporto sessuale. Per un uomo dunque era indifferente desiderare una donna o un altro uomo, a patto che mantenesse il ruolo attivo-maschile nell’ambito del rapporto sessuale, soprattutto se si trattava di un patrizio nei confronti del proprio schiavo o di un uomo di ceto inferiore.

Sin dai tempi dell’Antico Egitto ritroviamo tracce di rapporti omosessuali. Tra i più noti sicuramente quello del faraone della VI dinastia Pepi II, che pare avesse avuto una lunga e duratura relazione con uno dei suoi generali, così mitica da entrare a far parte anche della narrazione letteraria posteriore.

A Saqqara è stata rinvenuta la tomba di due servi, presentati nell’aldilà come amanti-fratelli, il cui epitaffio recita in questo modo: «Khnumhotep e Niankhkhnum hanno vissuto assieme e si sono amati con passione per tutta la vita».

“Metà della popolazione è bisessuale” dice la zia Luciana nel noto film di Ozpetek Mine Vaganti, ed è quello che probabilmente pensavano anche nell’Antica Grecia, dove si viveva apertamente la propria bisessualità. La stessa mitologia greca contiene molti esempi di questo tipo: da Zeus che si invaghisce del giovane Ganimede a Eracle che si innamora del nipote Iolao, le cui fonti si riferiranno a lui come pederastico, giovane amante. Gli stessi dei dunque erano indistintamente attratti da altri uomini e altre donne, e la mitologia e l’epica hanno continuato a raccontare dei loro amori con naturalezza, senza censura.

Capostipite femminile è invece la poetessa Saffo, vissuta nel VII secolo a.C., abitante dell’isola di Lesbo, da cui deriva la definizione di “lesbica”.

Storia d’amore per antonomasia nell’Antica Roma è probabilmente quella tra l’imperatore Adriano e il giovane Antinoo, raccontata anche dalla scrittrice francese Marguerite Yourcenar nel suo Memorie di Adriano. L’imperatore si innamora del giovane greco, che muore tragicamente sulle sponde del fiume Nilo. Ne nascerà una devozione e vera e propria venerazione fino a fare della figura del giovane quella di una divinità senza tempo, cui sarà dedicata la città di Antinopoli. La sua figura continuerà ad ispirare opere d’arte senza tempo che portano il suo volto e le sue fattezze immutate fino a noi.

Tante le raffigurazioni nell’antichità dell’amore o dei rapporti omosessuali: da alcuni argenti pompeiani (come la nota Coppa Warren al British Museum di Londra), che ritraggono scene molto esplicite, alla nota Tomba del Tuffatore a Paestum, dove l’amore è invece appena accennato in una coppia di uomini, distesi sui triclini del banchetto tradizionale, ritratti in tenere effusioni.

Benché vi fossero ben altre discriminanti, essere omosessuale non era considerato così scabroso, anormale o immorale. Dopotutto lo stesso Plutarco, nel I sec. d.C., diceva che gli uomini dovevano farsi ispirare dagli dei: «…colui che ama la bellezza umana sarà favorevolmente disposto sia verso quella maschile sia verso quella femminile – diceva il filosofo greco – Gli uomini devono prendere esempio dagli Dèi».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *