ARTE

Raffaello inedito: “blu egizio” per il Trionfo di Galatea a Roma

Conclusasi pochi giorni fa, la mostra Raffaello 1520 – 1483 ha dimostrato uno strettissimo legame tra l’artista urbinate e la ricerca di modelli per le sue opere nell’iconografia classica. Oggi un’altra scoperta sull’artista scomparso prematuramente a soli 37 anni, che svela che il legame con l’antico da parte del Sanzio non era soltanto di forma, ma anche di sostanza.

Sembra infatti che per realizzare gli occhi della sua Galatea, nella loggia di Villa Chigi a Roma, Raffaello abbia riprodotto il noto “blu egizio”. Si tratta del primo colore artificiale della storia, sostituito in epoca rinascimentale con i più comuni (e costosi) lapislazzuli, composto da cristalli blu di cuprorivaite (tetrasilicato di rame e calcio), vetro interstiziale e quarzo residuo.

A darne notizia, in esclusiva per il portale ANSA.it, è il professor Antonio Sgamellotti, accademico dei Lincei, che, insieme con ENEA, IRET-CNR, Laboratorio di Diagnostica per i Beni Culturali di Spoleto, XGLab-Bruker, conduce una ricerca (non invasiva) sui materiali del famoso affresco: «È la prima volta che si ritrova in un’opera di Raffaello questo pigmento – ha detto il professore – e credo proprio che si tratti di un unicum».

Una ricerca importante e virtuosa che, in un’ottica di proficua collaborazione tra pubblico e privato, ha messo a disposizione tecniche e conoscenze al servizio della comunità gratuitamente.

L’artista avrebbe deciso di ricorrere a questo particolare colore spinto dal soggetto mitologico che stava dipingendo, il Trionfo di Galatea, la bella nereide amata da Polifemo. È una lettura di Vitruvio e del suo De Architectura, che ne darebbe conferma riportando gli ingredienti utilizzati dal Sanzio, e il procedimento per preparare quel particolare pigmento inventato nell’Antico Egitto, e utilizzato anche nell’Antica Roma che lo ribattezzò “caeruleum”.

Quella dell’antico ceruleo non è la sola scoperta fatta dal professor Sgamellotti, che avrebbe identificato il cinabro, colore dell’Antica Pompei, nel drappo che avvolge i fianchi della nereide.

Un esperimento, quello di Raffaello Sanzio, rimasto unico. Lo stesso Polifemo, ritratto accanto alla Galatea da Sebastiano del Piombo, vuole sì esserne una prosecuzione, ma ritrova nella colorazione del cielo il più comune lapislazzuli, lo stesso, per intenderci, che aveva utilizzato Michelangelo per i colossali affreschi della Cappella Sistina.

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