Natale in Casa Cupiello: cosa non ha funzionato nel film di De Angelis

Ieri sera dopo tanta attesa raiuno ha trasmesso in prima TV Natale in Casa Cupiello, classico di Eduardo De Filippo, che arriva nell’anno del 120esimo anniversario dalla nascita dell’autore, diretto da Edoardo De Angelis.

Nel ruolo che fu di Eduardo abbiamo trovato Sergio Castellitto, affiancato da una straordinaria Marina Confalone. Il film voleva essere un dono ai telespettatori provati da questa pandemia, eppure qualcosa è andato storto. Troppo ingombrante il fantasma della celebre versione (sempre rai) del ’77, la più famosa, con il quale il confronto è stato inglorioso.

Bisogna dunque partire dal presupposto che è sempre errato confrontare attori e produzioni di epoche diverse, che hanno un diverso impatto sulla società contemporanea cui appartengono. Pensiamo, ad esempio, alle tante Anna Karenina viste sul grande schermo. Interpretata, tra le altre, da Greta Garbo, Vivien Leigh, Sophie Marceau e, di recente, Keira Knightley dove ognuna di queste attrici, nel suo personalissimo modo, ha dato anima, voce e volto a questa eroina tragica, portando un po’ di se stesse. Tuttavia le guardiamo senza confrontarne l’interpretazione, accettando la femme fatale della Garbo, la tormentata Vivien Leigh, l’algida Sophie e persino la canterina Keira. Ma se non lo facciamo è perché sappiamo che Anna Karenina, caposaldo della letteratura russa, è un personaggio che ha assunto negli anni una propria identità che esula dal proprio tempo, cui ognuno rilegge a modo proprio.

Luca Cupiello non vive di vita propria, o almeno non ancora, innanzitutto perché troppo viva nella memoria collettiva l’interpretazione di Eduardo De Filippo, morto nell’84, e ancora troppo vicino a noi contemporanei, ma anche perché i tic, le pause, l’aria un po’ sgangherata di Luca Cupiello sono cucite addosso allo stesso De Filippo che ne è autore. Sergio Castellitto ha, giustamente, voluto prenderne le distanze: troppo grande il confronto con un mostro sacro del teatro, e ripeterne ogni intonazione e gestualità avrebbe rischiato di parodiarlo. Ma l’attore romano ha finito tragicamente con l’apparire sopra le righe, forzato, non naturale, come se indossasse un abito che tira sempre un po’ da qualche parte.

Meglio Marina Confalone, attrice napoletana, che ha dato il volto ad una Concetta stanca, scevra però di quella verve, di quel fuoco tipico delle donne del Sud, che la grande Pupella Maggio aveva dato a questo personaggio immortale. La Concetta della Confalone infatti è una donna che non sbraita, che non grida il dolore trattenuto e a lungo soppresso, come invece fece la Maggio, ma è una donna che sussurra appena il dissenso per quella famiglia Cupiello che i media moderni definiscono “disfunzionale”.

Il risultato è stata una versione televisiva così distante dall’originale, il che poteva essere un vero valore aggiunto, che ha finito invece col perdere persino quei radi momenti di ilarità in cui Pasqualino accende le candele alla Madonna pensando che Concetta sia morta, Vittorio Elia guarda con disinteresse “o’ presepio”, e Tommasino litiga con suo zio perché non include il suo nome nella lettera tradizionale del Natale.

Non si è trattato di una visione falsata attraverso lo specchio deformante dell’originale, ma un prodotto che non è né teatro né tantomeno televisione, restando in un limbo indefinito, la cui ombra della celebre versione del ’77 la eclissa completamente.

In pochi sanno, o se ne ricordano, che I will always love you di Whitney Houston è in realtà un brano country inciso da Dolly Parton nel ’74, che ha subito negli anni quasi una damnatio memoriae cadendo sotto la voce e l’arrangiamento anni ’90. Quando la cantiamo persino al karaoke non ci riferiamo mai all’originale, ma a quella cover incisa quasi vent’anni dopo. E se lo facciamo è perché Whitney ne ha fatto una versione così personale quasi da farlo sembrare un brano nuovo, inedito, coraggioso.

Il Natale in Casa Cupiello di De Angelis manca di coraggio. Il regista ha voluto scavare nella psiche dei personaggi così tanto, che si è allontanato dal testo degli anni ’30 e ’40 senza riuscire a produrre qualcosa di veramente originale, e lo ha fatto con una spocchia autorale ammantata da devoto rispetto.

A poco sono servite le bellissime musiche e canzoni di Enzo Avitabile, che si perdono in scene completamente riscritte senza troppa convinzione né coerenza, con l’opera stessa cui, a questo punto, semplicemente è ispirata.

Non è dunque uno sterile “confronto” con un dramma reso mitico dal tempo, che è entrato nel DNA di tutti noi, e con il quale il paragone sarebbe perso in partenza, ma si tratta ormai di un film-non-film, che non è perfettamente riuscito.

In sintesi, per rubare la celebre battuta di Nennillo, che qui direi casca a fagiolo: “nun me piac’ ‘o presepio”.

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