INTERNATTUALE

Mina, la Tigre di Cremona che canta (anche) Napoli

Guardo sempre con una certa emozione il tetto “a piramidi” della Stazione Centrale di Napoli. Da buon “terùn”, ma soprattutto da grande fan di Mina, il mio pensiero non può non andare ad un suo famoso carosello del 1966, quando passeggiava languida proprio sui tetti di questa stazione, cantando Se telefonando, vestita con quelli che sembravano proprio dei cavi telefonici.

Un carosello colto, che sembra quasi citare un’opera di escheriana memoria.

Mina, Se telefonando – tetti Stazione di Napoli Centrale

Elegante, raffinata, eppure al tempo stesso irriverente come una moderna Lady Gaga. Mina ha anticipato mode e tendenze.

Il mio pensiero, oggi, non può non andare a lei, che domani, 25 marzo, compirà 80 anni esatti e da almeno sessanta ci regala emozioni con la sua voce unica.

Quando appariva in televisione, Mina aveva il potere di evocare il silenzio delle famiglie che da casa la guardavano con ammirazione dai loro schermi, per lo più in bianco e nero.

Le ragazze volevano imitare le sue acconciature, i look trasgressivi (con minigonne in un’epoca in cui persino l’ombelico era scandaloso), persino quelli più stravaganti, incluse le sue sopracciglia tagliate. Lo rivivo attraverso i ricordi di mia madre, che mi racconta anche le colonne sonore delle sue estati.

In un mondo che evolveva sempre più verso l’immagine e la presenza sul palco, Mina ebbe il coraggio di ritirarsi. Era il 1978, all’apice di una carriera già straordinaria, si ritirò. Da quel momento non si sarebbe più esibita dal vivo, né si sarebbe più mostrata in video, e in un mondo dove tutto è immagine, presenza in tv e on-line, in video e fuori dal video, non ha mai ceduto.

Mina ha saputo trasformarsi in una presenza onirica, che mostra la sua evoluzione attraverso le copertine dei suoi dischi (sulle quali io farei una mostra!): aitante culturista, donna barbuta, scomposta come un quadro di De Chirico o enigmatica come un capolavoro di Leonardo. Perché Mina è questo: un monumento, un mito che va oltre il tempo per diventare leggenda vivente.

Durante una carriera straordinaria, iniziata alla fine degli anni ’50, la Tigre di Cremona, infatti, ritornerà spesso alla canzone napoletana, a cominciare dalla raccolta Canta Napoli – 20 successi del 1966 in cui reinterpreta venti classici della canzone napoletana.

Tanti i napoletani che affiancherà sul palco e la affiancheranno: da Totò a Peppino Di Capri.

Mina ritornerà spesso a rendere omaggio alla canzone o lingua napoletana, includendo nei suoi album tracce e riferimenti, da Due Note all’ultimo album, Maeba, saranno tante le canzoni, e le monografie che Mina tributa a Napoli.

Il suo non è uno sterile cantare, ma una convinta e convincente interpretazione, di cuore, di pancia calandosi in un dialetto, quello napoletano, distante dal cremonese d’origine, che suscitò persino l’ammirazione di Renato Carosone: «L’interpretazione data da Mina alla mia Maruzzella – diceva Carosone – mi ha comunicato un’emozione difficile da descrivere. Ciò che mi ha impressionato in modo particolare è stata la pronuncia del dialetto, che è assai difficile. […] Non riesco a capire come abbia fatto Mina a cantare Napoli in quel modo davvero magistrale. Mina! La divina provvidenza t’adda’ fa campà cient’anne!».

Buon Compleanno, Mina!

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