Mentre l’Arte sta morendo

La nostra Arte, come i “vecchi” per Toti, non è indispensabile allo sforzo produttivo per il nostro Paese. Ce lo dice implicitamente il Governo, perché nell’ultimo DPCM di Natale i musei sono rimasti chiusi. Inesorabilmente chiusi. Abbandonati a loro stessi. Relegati ad attività on-line e tour virtuali nello sforzo, probabilmente vano, di mantenere la propria mortificata dignità di servizio pubblico, di mantenere quel contatto con il pubblico, o con quella parte di persone, di studiosi, di appassionati, con chi di arte vive e per chi per l’arte vive.

È difficile farsi un’idea di un Paese come il nostro, fondato dai greci, costruito ed edificato dai romani, che ha avuto il massimo splendore e gloria nel corso del Rinascimento, al punto di diventare simbolo in tutto il mondo per la sua Arte e bellezza, che lascia oggi i musei, suo vanto, chiusi.

È difficile pensare a quanto questa Arte e bellezza che il mondo ci invidia, siano in realtà così scontate, siano in realtà così “inutili”, siano in realtà così dimenticate da quello stesso Stato che invece le dovrebbe proteggere, tutelare, rendere fruibili, mantenendo quella promessa fatta dai padri fondatori scrivendo l’articolo 33 della Costituzione che così recita: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura». Lo sviluppo della cultura.

Oggi siamo liberi di andare in palestra, ma non nei musei; siamo liberi di andare in chiesa, ma non nei musei; siamo liberi di andare nei centri commerciali, ma non nei musei.

I nostri musei sono chiusi, con le sale completamente vuote, le luci spente, come teatri lo erano durante la quaresima. E come i musei, gli stessi teatri vedono i loro sipari calati, le sale vedono i grandi schermi spenti.

L’arte e la cultura ci è stata privata, alla mercé di tutto ciò che non è considerato indispensabile, non è considerato un bene di prima necessità.

Ciò che addolora maggiormente è che l’arte in realtà, in un delicato momento come quello che stiamo vivendo adesso, aiuterebbe a rendere più sopportabile l’impossibilità di viaggiare, di spostarsi, di andare alla ricerca di bellezza.

Aprire un museo, pur tenendo i confini chiusi, magari soltanto durante il weekend, non peserebbe sui mezzi di trasporto, più di quanto farà invece l’ostinazione di voler riaprire le scuole. Saranno senza dubbio molto meno le persone che si metteranno in fila per un museo, rispetto a quelle che abbiamo visto nei giorni scorsi da Primark o a comprare l’ultimo modello della PlayStation, o che andranno nei Centri Commerciali per la corsa ai regali di Natale.

È triste vedere che non si sia nemmeno solo ipotizzato ad un piano per riaprire i musei o garantirne una parziale apertura, su prenotazione, con i gel disinfettanti e con tutte quelle modalità che possano contribuire a garantire una visita in totale sicurezza.

Con i musei viene dimenticata tutta una filiera di persone, dipendenti, impiegati e imprenditore che di questo settore vivono: pensiamo alle Guide Turistiche, pensiamo ai produttori di mostre, pensiamo ai piccoli grandi musei privati e a tutti coloro che in questo momento sono fermi, perché questo settore, quello turistico-culturale, è stato dimenticato. Non c’è interesse, non c’è una prospettiva, c’è solo l’idea ormai un po’ ridicola di una sorta di “Netflix della Cultura” che nei fatti si è tradotto in milioni di euro spesi a favore di una piattaforma streaming a pagamento italiana, che, confidiamo, tra sei mesi non solo non ci servirà più, ma non avrà neanche il tempo necessario di produrre utili da poter versare ai musei, teatri e cinema per sopperire a questa ingiusta chiusura forzata.

Senza contare che si poteva contare su di una piattaforma streaming di Stato, come poteva esserlo RaiPlay, con un minor dispendio di risorse e soldi, e la creazione ad hoc di un canale a pagamento i cui proventi andassero a tutte queste attività serrate.

Ed è qui che ci accorgiamo che il tutto sta accadendo sotto i nostri occhi inermi, proprio mentre l’arte sta morendo.

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