INTERNATTUALE

Lo stato della cultura ai tempi del coronavirus

A seguito dell’ultimo DPCM emanato dal Premier Conte lo scorso 3 novembre, musei e luoghi di cultura hanno dovuto chiudere il proprio ingresso al pubblico.

Una scelta dolorosa, ma tuttavia necessaria, che certamente infligge un nuovo colpo a settori, quello culturale e quello dell’intrattenimento/spettacolo, duramente colpiti già con la prima ondata del coronavirus all’inizio del 2020.

Ma come hanno reagito i musei a questa nuova chiusura forzata?

Molti, laddove è stato possibile farlo, hanno cercato di proporre on-line i propri contenuti, riprendendo quella serie di attività che, già dallo scorso marzo, avevano consentito di mantenere quantomeno il contatto con il pubblico. E se vendere “arte” sul web è per lo più impossibile, vista la varietà e quantità di contenuti gratuiti che già esistono in rete, è possibile almeno riuscire ad intrattenere i visitatori che si fanno utenti, proponendo loro webinar, approfondimenti, tour virtuali, conferenze e tutta una serie di post e live attraverso i social che permettono di promuovere al mondo le proprie collezioni e attività culturali.

Anche il mondo del cinema ha sperimentato modi alternativi di proporre e vendere al pubblico le proprie produzioni, passate direttamente sulle piattaforme streaming a pagamento. È il caso, ad esempio, del live action Mulan, la cui uscita nelle sale è stata più volte rinviata, e alla fine venduto a 21,99€ (non senza polemiche, certo) su Disney+, oltre, naturalmente, al costo dell’abbonamento mensile del servizio. Più recente invece il caso de La vita davanti a sé, pellicola che ha segnato il ritorno di Sophia Loren, il cui passaggio al cinema per uno speciale weekend avrebbe permesso la candidatura agli Oscar 2021, e che invece arriverà direttamente su Netflix dal 13 novembre a causa di questa nuova chiusura forzata.

Ma altre produzioni invece, come 007 No time to die, preferiscono invece far slittare ancora l’uscita nelle sale, perché una visione esclusiva in home video penalizzerebbe la spettacolarità delle immagini e lo straordinario lavoro di post-produzione che una pellicola action del genere comporta.

Anche il settore musicale ha dovuto trovare nuovi modi che potessero coniugare la sicurezza all’intrattenimento, e se i tour estivi sono stati per lo più azzerati, gli spettacoli televisivi hanno invece trovato svariate alternative: dagli MTV EMA 2020, che proprio ieri hanno visto performance live per lo più pre-registrate o trasmesse a distanza, o cantanti come Kylie Minogue, che vende i biglietti di un concerto, Infinite Disco, che sarà trasmesso esclusivamente in streaming a supporto del suo ultimo album, Disco, pubblicato appena qualche giorno fa.

Peggio il teatro, il cui contatto con il pubblico nei palchi e in platea è parte imprescindibile della magia della recitazione sul palcoscenico, che per il momento cala il sipario su tutta la stagione, a dispetto dei protocolli di sicurezza che erano già stati assicurati per garantire gli spettacoli e salvare, almeno in parte, una stagione che di fatto non è mai iniziata.

Più problematica la questione delle biblioteche: già in tempi pre-covid, uno studente universitario o un ricercatore probabilmente conoscono la difficoltà di reperire e consultare informazioni e testi presso le biblioteche pubbliche, i cui sistemi di consultazione sono forse più polverosi degli importanti volumi che custodiscono. Se l’OPAC ha senza dubbio facilitato negli anni la localizzazione di un libro, la digitalizzazione degli stessi non è mai davvero decollata, con piattaforme on-line di difficile accesso, e tomi che è possibile leggere soltanto nelle sale di lettura recandosi fisicamente nelle biblioteche.

Ma come mai la chiusura di luoghi che, paradossalmente, hanno generato il minor numero di contagi? La chiusura è necessaria non per il livello di diffusione del luogo in sé, ma per ridurre spostamenti e viaggi, soprattutto se si considera che questi avvengono per la maggior parte su trasporto pubblico.

Il mondo dell’arte infatti è molto cambiato negli ultimi anni. Oggi un museo o una sua mostra non è più soltanto un beneficio della cittadinanza locale, ma un vero e proprio attrattore turistico, in grado di catalizzare l’attenzione di appassionati che giungono di proposito per le grandi mostre d’arte o eventi culturali esclusivi, generando una reazione a catena di conseguenti consumazioni nei bar, aperitivi, pranzi, cene e tutti quei momenti conviviali che possono precedere o seguire una visita al museo, una serata al cinema, uno spettacolo teatrale, un concerto.

Il solo modo dunque è quello di intasare il meno possibile i mezzi pubblici delle grandi città (già molto precari in alcune metropoli del Sud), e ridurre all’osso, se non per stretta necessità, i possibili spostamenti anche di chi in questo momento vive in una zona bollata come gialla e dunque considerata a basso rischio.

Lo scopo è quello di intasare il meno possibile le terapie intensive degli ospedali italiani, nuovamente stressati da questa seconda ondata di coronavirus, offrendo la possibilità di curarsi soprattutto a chi è messo peggio.

È lecito tuttavia domandarsi il senso di queste serrate coercitive, che ci privano della cultura, se poi piazze, passeggi e corsi delle grandi città sono affollati senza alcun controllo.

E se da un lato è “giusto”, o quantomeno doveroso, che lo Stato chiuda questi luoghi, è altrettanto dovuto chiedere che ne preservi almeno la loro sopravvivenza con fondi e finanziamenti, in quanto indispensabili per l’animo umano, perché, come diceva Oscar Wilde, “Si può esistere senza arte, ma senza di essa non si può vivere”.

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