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Le Lediesis raccontano con ironia e intelligenza le loro “Superwomen”

Misteriose come Banksy, giocose come Blub. Le Lediesis, coppia di street-artist al femminile che, con le loro “Superwomen” sono arrivate ad esporre addirittura nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli con una mostra che celebra proprio l’identità femminile, ritraggono donne forti e indipendenti, che si distinguono nella società contemporanea per la cultura, l’arte, il coraggio di portare avanti le proprie battaglie. Da Frida Kahlo a Barbie, da Alda Merini alla giornalista Giovanna Botteri. Donne ritratte con una grande “S” sul petto di Superman in un gioco visivo che sovverte i ruoli.

Non potevo dunque non intervistare questa coppia di artiste straordinarie che, paradossalmente, trova la fama nell’anonimato, e pone l’attenzione soprattutto sulla loro arte e sulle loro opere.

Ed è d’obbligo per me partire proprio da qui, dall’anonimato.

In un mondo fatto sempre più di immagine, perché uno street-artist, se pensiamo anche a Banksy o a Blub, sceglie invece di restare nell’anonimato?

«Crediamo che per ognuno di loro la motivazione sia diversa. Banksy è stato il primo a fare dell’anonimato la sua cifra e il suo punto di forza. È ed è stato geniale anche in questo. Blub resta nell’ombra perché è una persona riservata. Per noi l’anonimato è il nostro superpotere. In un mondo in cui c’è la smania di protagonismo ci piace essere invisibili. Pensa che una volta ci è capitato di esserci trovate vicino ad una nostra opera mentre una guida turistica la mostrava e parlava di noi ad un gruppo di persone. Per noi è stato esilarante!».

Le vostre opere ritraggono donne forti, le “Superwomen”: quanto, nella società contemporanea, la donna ha ancora bisogno di lottare per affermare davvero se stessa?

«Quello che ci muove è lo scopo di far riflettere ogni persona, che sia uomo o che sia donna. Non è che solo le donne, a cui dipingiamo la S sul petto, hanno superpoteri, li abbiamo tutti. E tutti sentiamo il bisogno di affermare noi stesi. Ma il primo passo è vincere tanti pregiudizi che ci bloccano in partenza. Anche nei confronti dello stesso sesso. Molto spesso noi donne non siamo per niente solidali tra di noi».

Ultima a far parte delle vostre “superdonne” è la giornalista Giovanna Botteri: che cosa la rende una superdonna e come mai questo tributo proprio in questo momento?

«Ci siamo divertite tantissimo nel ritrarre Giovanna Botteri perché la sua simpatia, professionalità, competenza, essenzialità, eleganza ci risuona dentro. Pensa che ci ha anche scritto personalmente per ringraziarci e le sue parole ci hanno confermato (se mai ce ne fosse stato bisogno) che è davvero una super!

In queste giornate complicate e difficili in Italia siamo tutti affezionatissimi al suo volto e alla sua voce che ci accompagna tutti i giorni con un giornalismo serio, obiettivo e corretto».

I vostri lavori sono arrivati nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli: cosa ha rappresentato per voi questa esposizione e qual è il vostro legame con la città di Napoli?

«A Napoli siamo in mostra con Superwomen 8 Donne x 8 Città al Museo Archeologico Nazionale, un progetto in cui portiamo nel museo 8 icone femminili che abbiamo attaccato in copia in occasione di questo 8 marzo in 8 città italiane: Firenze, Milano, Bari, Venezia, Bologna, Napoli e L’Aquila. L’idea di questa mostra itinerante, che abbiamo condiviso con il Direttore del Museo Paolo Giulierini, una persona unica e preziosa, con una formidabile attenzione per i linguaggi artistici e contemporanei, era quella di rendere Napoli la città scelta come fulcro di questo viaggio. Città cuore del Mediterraneo in cui ha preso forma un puzzle composto dai tanti ritratti di otto artiste disseminate sui muri della penisola. Donne diverse per cultura, storia o realtà, ma accomunate da un’incredibile volontà e forza d’animo.

Ci ha entusiasmato l’idea che mentre la maggior parte della popolazione tende a spingersi verso il nord, proprio come l’ago di una bussola, noi abbiamo invertito la rotta e dalle città settentrionali, tappa dopo tappa, ci siamo dirette verso sud, in questo luogo simbolico dove si affaccia una distesa di acqua generatrice di vita e prosperità, un mare amato e odiato, portatore di gioie e di sventure. Capriccioso, benigno, volubile, proprio come sono le donne».

Il vostro motto è “Il ruzzo salverà il mondo”…

«Una buona dose di ironia e una risata servono a non prendersi mai sul serio, soprattutto nei momenti creativi, e a vivere la vita con più leggerezza».

Quando nasce l’idea delle “Superwomen” e perché?

«L’idea delle Superwomen è nata quasi per scherzo durante la visita ad Arte Fiera a Bologna, a gennaio dello scorso anno. Le eroine disegnate hanno lasciato, ognuna nel suo campo, in eredità esempi e pensieri che è giusto condividere, ricordare, omaggiare. Tutte hanno la S di Superman nel petto, per giocare sul ribaltamento dei ruoli e tutte fanno l’occhiolino: un gesto complice per ricordare a chi le guarda che anche lui ha i superpoteri. Da Frida Kahlo a Sora Lella. Una è un’icona femminile, non solo per la sua arte, ma anche per la sua forza, la sua vitalità, la sua passionalità; l’altra è un’istituzione per i romani che l’adorano, prima di essere un’attrice è stata un personaggio, rappresenta un po’ la nonna di tutti gli italiani. Poi ci sono: Eva Kant, una donna volitiva, intrigante, astuta, ma capace di fare tutto per l’uomo che ama e Marina Abramovich, performer ed artista di eccezionale intensità e impegno fino a Lara Croft una donna bellissima, ma anche tostissima.

La street art è un mezzo di comunicazione con un’energia incredibile. Il fatto che si realizzi per strada è un motivo in più per veicolare messaggi positivi. Gli street artists hanno una grandissima responsabilità perché sono sotto gli occhi di tutti».

Come avete trascorso le settimane di “lockdown” e, soprattutto, come le avete vissute?

«A parte fare i dolci e il pane, dici? 😉 A dire la verità ci siamo riposate perché eravamo reduci dal tour de force per la penisola per realizzare la mostra. Ma non abbiamo mai smesso di essere creative, anzi, sembrava che la nostra voglia di produrre nuove idee fosse decuplicata. Infatti abbiamo realizzato una serie di 8 SuperBlack che abbiamo disegnato durante la quarantena per esorcizzare la paura della pandemia. Ci siamo cimentate nel giocare con alcune immagini e stereotipi e associarci l’idea che il coronavirus fosse un’entità da bruciare, giocarci, cacciare via».

Sul web si è parlato molto di Hopper come artista che, più di ogni altro, ha colto il senso della solitudine riletta in chiave “quarantena”: che cos’è per voi il senso della solitudine e quale artista pensate l’abbia rappresentata meglio?

«Siamo soli fin dalla nascita, tutto quello che ci viene dato un giorno ci verrà ripreso. Questa quarantena per molti è stata un’occasione per imparare e vivere con se stessi. Quindi crediamo che il senso della solitudine sia una grande opportunità di crescita interiore e spirituale. Per quanto riguarda l’altra domanda, Hopper rappresenta lo smarrimento dell’uomo nell’epoca moderna, incapace di relazionarsi con i suoi simili, ma forse la solitudine più estrema è quella di colui che è incapace di relazionarsi con se stesso, ascoltarsi. Se per arte intendi tutti i campi, forse quello a rappresentare meglio la solitudine è stato Dino Campana che l’ha percepita in ogni sua forma».

Vedremo altre opere a Napoli?

«Oltre a quelle in mostra al MANN abbiamo inseminato con 8 Superwomen il centro storico di Napoli, quindi per il momento immediato no. Ma nei prossimi mesi sicuramente non mancheremo di tornare a Napoli, per qualche nuova incursione urbana e per goderci una visita alla nostra mostra. Sempre in forma anonima! 😉».

A proposito di anonimato, svelerete mai la vostra vera identità?

«L’abbiamo già fatto: le ragazze ritratte con il niqab siamo proprio noi siamo mentre ci facciamo un selfie! 😉».

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