INTERNATTUALE

La straordinaria lezione di vita che ci ha lasciato Ezio Bosso

È un giorno triste per la musica italiana e non solo. Lo straordinario compositore Ezio Bosso ci ha lasciati oggi, venerdì 15 maggio all’età di 48 anni.

Torinese, classe 1971, Bosso era un pianista, compositore e direttore d’orchestra italiano affetto da SLA, Sclerosi laterale amiotrofica, che lo costringeva in carrozzina, ad una disarticolazione motoria e difficoltà verbale. Malattia che, nonostante tutto, non gli aveva impedito di affermarsi come musicista in tutto il mondo, portando la sua musica nei teatri più importanti, o firmare colonne sonore per registi come Gabriele Salvatores.

Toccante nel 2016 il suo intervento sul palco dell’Ariston, accanto a Carlo Conti, quale ospite della seconda serata del Festival di Sanremo: «Quando ero ragazzino – aveva raccontato il pianista con grande emozione – tutti i giorni, andavo al conservatorio, e una signora mi diceva “aspetto di vederti a Sanremo!” e io le dicevo “Signora, NO. Io non canto”. Magari adesso è lì che dice “l’avevo detto!”».

Il mondo ha bisogno di musica, lo aveva incalzato Carlo Conti, dando il là, è il caso di dirlo, a Bosso, per un discorso che aveva letteralmente commosso gli italiani: «La musica siamo noi – aveva detto il pianista con una gioia nel cuore e gli occhi che gli brillano – la musica è una fortuna che condividiamo. Noi mettiamo le mani, ma ci insegna la cosa più importante che esiste, ascoltare. La musica è una vera magia, infatti, sapete che non a caso i direttori hanno la bacchetta, come i maghi».

C’era passione in quelle parole che Ezio pronunciava con difficoltà e con tutta la voglia di testimoniare l’amore per la vita: «La musica mi ha dato il dono dell’ubiquità – prosegue, raccontando il prodigio delle sette note – perché la musica che ho scritto è a Londra e la fa un bravo direttore con il balletto più importante del mondo e io sono anche qui. La musica è una fortuna, e soprattutto, come diceva il grande maestro Claudio Abbado, è la nostra vera terapia».

Il suo primo album, uscito proprio in quegli anni, s’intitola La Dodicesima Stanza, perché, secondo una antica teoria, dodici sono le stanze della nostra vita: «Se noi uomini siamo brutti perché tendiamo a dare per scontato le cose belle – dice in merito a questo lavoro discografico – le stanze sono una cosa che abbiamo inventato noi, per proteggerci, gli diamo nomi, numeri… ce l’abbiamo tutti una stanza che non ci piace, in cui entriamo. Il nome originale della canzone è la “stanza” perché i trovatori non facevano canzoni, ma stanze» aveva detto il compositore, scherzando anche sulla parentesi “SuperQuark”, con quell’umorismo di chi aveva sete di vita.

«A me piace curiosare ed esplorare quello che diamo per scontato – aveva detto – e ho trovato questa cosa bellissima. Io ho iniziato, succede a tanti che hanno… [riferendosi all’introspezione dovuta alla malattia] ma a tutti. Dentro o fuori, una stanza che è buia, è cupa, è piccola. E lì ho incontrato questa teoria che dice che noi non siamo una linea [piatta, ndr] ma siamo dodici stanze. Nell’ultima, che non è ultima, perché si cambiano, ricordiamo la prima. Perché quando nasciamo non la possiamo ricordare, perché non vediamo appena nati. Ma lì la ricordiamo, e siamo pronti a ricominciare, e quindi siamo liberi».

Un momento di altissima televisione, un esempio di un uomo straordinario, che ha dato al mondo una lezione di vita e il dono stesso della vita. È da persone così, da Uomini come Ezio Bosso che dovremmo imparare tutti, ognuno, l’arte di saper essere felici e amare quest’avventura straordinaria chiamata semplicemente vita.

Ciao, Ezio!

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