La presa in giro del “green pass”

Ho fatto il vaccino lo scorso 26 luglio, spinto, lo confesso, da quello che considero un ricatto sociale, il “green pass”, fantomatico lasciapassare che lo Stato Italiano ha adottato su modello francese, consentendo solo a chi è vaccinato contro il covid con almeno una dose alcune attività al chiuso. Non è stata l’idea di mangiare al ristorante a spingermi a farlo, ma volevo rendere la “vita turistica” un po’ più facile a chi era con me e il vaccino lo aveva già fatto mesi a dietro.

Non sono un no-vax o uno che non crede alla scienza, anzi ritengo che sia proprio grazie a quest’ultima che l’aspettativa di vita sia notevolmente aumentata. Ma credevo di vivere in un Paese libero che mi avrebbe consentito di scegliere, in base alla mia predisposizione mentale, condizione fisica e tempo, il momento migliore per fare il vaccino.

Non starò qui a far polemica sui dati forniti, questa estate stranamente alti, benché reduci da un anno di covid e dal 50% della popolazione già vaccinata, e lo scorso anno in cui il virus era fondamentalmente “nuovo” e non c’erano medicinali per combatterlo. 

Ma contesto il “sistema” che, dopo diciotto mesi di lockdown, restrizioni e gravi ripercussioni economiche, sembra prenderci in giro: sui mezzi di trasporto pubblico, notoriamente affollati, il green pass non occorre, nei musei (che godono solitamente di spazi ampi e possibilità di contingentare i visitatori) occorre invece possederlo.

Ho scoperto così, recandomi presso un museo archeologico a Grosseto, che il mio “green pass”, generato regolarmente attraverso l’app IO, non era valido perché non erano decorsi quindici giorni dalla somministrazione della prima dose.

Chi come me ha deciso di fare il vaccino in vista della vacanze, o lo ha fatto entro fine luglio, confidando quanto meno di godersi un’estate tranquilla, si è ritrovato o si ritroverà comunque la beffa che il proprio green pass non è ancora attivo poiché occorrerà aspettare ancora due settimane. L’effetto è che ci si sente beffati due volte: non aver deciso liberamente quando fare il vaccino, e aver pagato una vacanza di cui di fatto non si può godere liberamente, se non in luoghi all’aperto o che non richiedono il lasciapassare verde.

E mentre mi vengono letteralmente sbattute in faccia le porte di un museo e di una mostra che di certo non riuscirò a vedere, mi chiedo “è questo il tipo di Stato in cui desidero vivere?” mentre penso al paradosso di questa situazione che rasenta l’assurdo.

Mi trovo in Toscana, per fortuna le mie vacanze non sono del tutto rovinate: il mio green pass entro dovrebbe attivarsi entro qualche giorno, così da consentirmi finalmente, spostando qualche impegno, di visitare musei e qualche Cantina di Montepulciano. 

Ma il mio pensiero non può non andare a chi, avendo una sola settimana di ferie, e facendo il vaccino all’ultimo come me, si sentirà preso ulteriormente in giro non potendo comunque fruire della propria vita.

Il risultato, per dispetto, mancanza di tempo e altri impegni sarà la rinuncia: rinuncia ad un determinato museo, rinuncia a quella cena, rinuncia a certe attività. Soprattutto quando il prezzo “calmierato” per effettuare un tampone rapido, che possa sopperire alla mancanza del green pass, è di 15€ a persona.

Insomma non posso entrare in un museo, ma posso salire su di un bus affollato; non posso cenare nella sala di un ristorante, ma posso entrare in un centro commerciale; non posso sedermi al bar, ma posso prendere un caffè al banco.

Non voglio rievocare certi regimi, per fortuna lontani, anche perché dietro ogni dittatura c’è sempre una logica, per quanto perversa ed esasperata, però consentitemi di definirla sacrosantamente una contraddittoria presa per…

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