INTERNATTUALE

“It’s Art”, la Netflix della Cultura ci ricorda già verybello.it

La fantomatica “Netflix della Cultura” italiana ha paradossalmente un nome inglese: It’s Art, con un logo tricolore che già sta facendo discutere, e ci ha fatto quasi rimpiangere quel fallimentare verybello.it, sito nato qualche anno fa per promuovere contenuti culturali durante l’era EXPO 2015.

Ma sepolto un portale italiano fallimentare se ne fa un altro e, ancora una volta Dario Franceschini, che evidentemente ama le piattaforme dispendiose e poco performanti, ha deciso che nell’anno della pandemia mondiale, la risposta dovesse arrivare da It’s Art. Un dissonante nome anglofono per promuovere la cultura italiana (di cui, francamente fatico a comprendere il senso), per una operazione che ha fatto la gioia innanzitutto di Chili.it. Sì perché la piattaforma streaming a pagamento italiana è quella che si occuperà della gestione dei contenuti, della loro promozione e conseguente vendita. Un’operazione che è costata per ora 20 milioni di euro.

Ma ciò che mi ha lasciato francamente più perplesso, non è il nome, che onestamente trovo brutto, e forse nemmeno il fatto che alla fine si sia ricorso ad un concorso per scegliere chili.it quando RaiPlay da sola ce l’avrebbe fatta, ma è che adesso mancano i contenuti.

A darne implicitamente conferma qualche giorno fa proprio il CEO di Chili.it, Giorgio Tacchia, che in un’intervista riportata da cinematografo.it in merito ai contenuti ha detto: «Non sono di nostra competenza, noi diamo supporto tecnologico a Mibact e Cdp: sarà loro compito trovare personale competente in merito. Non abbiamo mandato sullo sviluppo del contenuto, dobbiamo solo vendere».

È come se il Ministro della Cultura, Dario Franceschini, avesse comprato un costosissimo appartamento per il quale però non ha pensato al mobilio. Ma se Chili.it non produrrà i contenuti, esattamente cosa dovrebbe distribuire? Ancora una volta Tacchia prova a tracciare una risposta: «Il contenuto già c’è, oggi va un po’ su YouTube, un po’ sui rispettivi siti, un po’ da nessuna parte: ebbene, non sarà più così».

Insomma se durante il primo lockdown abbiamo avuto l’opportunità di vedere (GRATUITAMENTE) su YouTube, e altre piattaforme, inaugurazioni di mostre, visite guidate virtuali e tanti altri eventi legati al mondo della cultura, adesso dovremmo pagare per vedere quegli stessi contenuti.

Tutto dunque sembra scaricato sulle spalle dei musei, che dovrebbero così essere capaci di produrre contenuti di qualità, e senza dubbio più curati di una bonaria conferenza via ZOOM, per tentare di vendere su It’s Art il proprio prodotto.

Sì, perché mentre il cinema poteva già contare su di una distribuzione a pagamento dei film che sarebbero andati nelle sale, come Netflix, Amazon Prime, Disney+, la stessa Chili.it e molte altre, così come il teatro, che poteva decidere di riprendere e vendere eventualmente i propri spettacoli, i musei di certo non avvezzi alla produzione di contenuti da distribuire on-line, dovrebbero adesso pensare ad un prodotto specifico che risponda a determinati requisiti affinché risulti appetibile e, soprattutto, vendibile. Perché una cosa è mettere su YouTube la ripresa fatta con lo smartphone, altro distribuirla e venderla su di una piattaforma streaming a pagamento.

Quando partirà? “fine febbraio”. Ma alla luce dell’avanzare dei vaccini, della graduale riapertura dei musei, e con l’arrivo della bella stagione, è legittimo chiedersi se valga effettivamente la pena continuare a puntare su di un prodotto che da qui a un mese saprà già di vecchio. Quali sono dunque gli “utenti”, o potenziali tali, su cui proverà a contare chili.it? «Abbiamo una base, i cinque milioni di clienti di Chili, su cui faremo molta promozione – prosegue Tacchia – e, confidiamo, la qualità e la diversità dell’offerta».

Una cifra che lascia un po’ perplessi, se si considera che Netflix, ben più diffusa, ha 4,6 milioni di abbonati qui in Italia, e che fino alla metà del 2019 gli “abbonati”, o, meglio, gli utenti registrati chili erano appena 2,5 milioni. Il dato desta ancora più perplessità se si considera che Netflix punta a raggiungere i 7 milioni di abbonati nei prossimi quattro anni (per il 2025), mentre chili.it in uno soltanto (il 2021 è appena iniziato) avrebbe addirittura raddoppiato i suoi utenti. E confidando che It’s Art non faccia la stessa fine di verybello.it, infine ci chiediamo se questi 20 milioni di euro non potevano essere investiti in ristori per queste attività chiuse da mesi e che dovranno ancora aspettare, fino a fine febbraio, prima di avere almeno una piattaforma indefinita su cui sperare di rilanciarsi.

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