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Il Georges de La Tour che non ti aspetti. A Palazzo Reale di Milano fino al 27 settembre

Era una delle mostre più attese dell’anno prima del covid. Georges de La Tour – L’Europa della luce resterà a Palazzo Reale di Milano fino al prossimo 27 settembre 2020. Un’esposizione, questa, che si propone di rivalutare una delle figure più importanti della pittura francese, che fortemente si è fatto influenzare dalla forza del nostro Caravaggio.

Attivo negli anni centrali del ‘600, non abbiamo prove certe che l’artista sia stato realmente in Italia, ma aveva forse subito il fascino caravaggesco attraverso uno dei più assidui frequentatori degli ambienti artistici romani, il pittore olandese Hendrick Terbrugghen.

Ed è soprattutto nell’utilizzo della luce che possiamo accostare questo artista al pittore delle Sette opere di misericordia. Nella pittura di de La Tour, come in quella del Merisi, infatti, è soprattutto la figura che campeggia su di ogni altra cosa, lasciando al contesto solo pochi dettagli. Un tavolo, una sedia, dei soldi, oggetti di uso comune hanno il compito di rievocare luoghi, alla luce invece il compito di restituire sentimenti, stati d’animo, sensazioni. Sì, perché Georges de La Tour fa un sapiente uso della luce, che spesso illumina i soggetti delle sue opere come una luminescenza propria di corpi e volti, conferita ai protagonisti delle sue tele attraverso candele, lucerne, lampade ad olio, rette da loro stessi o presenti in prossimità della scena, attribuendo una forte misticità alle sue opere.

Lungo il percorso di Palazzo Reale, i dipinti esposti fuoriescono dalla penombra delle sale illuminati da fasci di luce proprio come nelle opere stesse. Un gioco di scatole cinesi che ci porta nell’atmosfera di questi capolavori.

Ad accogliere il visitatore è uno dei dipinti più noti dell’artista, la Maddalena penitente. Ma non c’è divina tensione o la disperazione dei Guido Reni e degli Annibale Carracci. Non c’è il contatto diretto con Dio, che si fa in de La Tour dialogo interiore. Qui infatti la donna è ritratta con i capelli corvini, in uno stato meditabondo, seduta ad un tavolo, forse una toletta, illuminata soltanto da una candela, mentre un teschio, simbolo del Golgota, poggiato su alcuni volumi, si riflette in uno specchio, che ricorda la vanità sfumata di una vita passata.

Non mancano, in questo percorso di visita, confronti con artisti che a de La Tour si sono ispirati, scambiati dai posteri come lo stesso de La Tour, come Gerrit van Honthorst, Paulus Bor, Trophime Bigot, Frans Hals e molti altri che arricchiscono l’itinerario in un interessante dialogo.

Ciò che più sorprende il visitatore è la straordinaria modernità delle opere realizzate dall’artista in età matura. Quelle della metà degli anni ’50, infatti, quasi sembrano anticipare il movimento dell’“Art Déco” (che arriverà solo tre secoli dopo), con vesti e i volti levigati e tondeggianti che ricordano addirittura Tamara de Lempicka.

Come Caravaggio fu riscoperto e rivalutato soltanto agli inizi del ‘900 grazie alla critica di Roberto Longhi, anche Georges de La Tour e la sua opera ha dovuto attendere il tedesco Hermann Voss, che lo porterà all’attenzione dei contemporanei.

Questa esposizione è la prima grande monografica a Milano dedicata a questo artista troppo spesso dimenticato, un maestro che con le sue ombre e la sua luce, ha raccontato l’Europa del suo tempo.

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