INTERNATTUALE

Il futuro dei musei: tra digitalizzazione e nuovi modelli di business

Tutti parlano della crisi dei negozianti, pochi invece si preoccupano per quella del settore culturale. Non tanto per quanto concerne i musei statali che, a dispetto delle perdite, possono comunque contare su fondi pubblici, quanto per i musei privati e gli organizzatori di mostre che di certo rappresentano il segmento più colpito: i primi perché guadagnano esclusivamente da ingressi e finanziamenti privati, i secondi perché al danno dei mancati guadagni dai biglietti, hanno anche la beffa di dover investire denaro in anticipo per allestire gli eventi espositivi e la relativa curatela degli stessi.

Ma se il 2020 è andato male, il 2021 non si prospetta migliore. La sensazione serpeggia già da un po’ tra gli addetti ai lavori, che hanno già rinviato tutti i grandi eventi al 2022: «I contratti con i clienti sono annuali. Chi garantisce che saranno rinnovati? È difficile programmare con una capienza minore quando i costi restano gli stessi». A spiegare il problema è Luca Melloni, amministratore di Clip Relazioni Pubbliche, agenzia storica fondata a Milano nel 1968 da Cesare Parmiggiani.

I tempi di preparazione per una grande mostra d’arte possono richiedere due o tre anni di lavoro e possono arrivare a costare anche tre o quattro milioni di euro. Se a questo aggiungiamo i costi già sostenuti per adeguarsi alle normative anti-covid, sarà facile capire come, in un clima di tale incertezza, si diffidi dall’investire ancora considerevoli somme di denaro per produrre eventi e mostre.

«Ora sono tutti fermi – prosegue il responsabile dell’agenzia dalle pagine dell’ANSA – le grandi mostre previste nel 2021 sono state già spostate al 2022. Per continuare a organizzarne una di livello medio e sperare nel pareggio bisogna prevedere un break even di almeno 30 mila paganti».

Difficile dunque in questo contesto riuscire ad ottenere anche prestiti stranieri. Ma allora come sarà l’immediato futuro dell’arte?

Una risposta arriva da Il Sole 24 Ore che, in un pezzo di Giovanna Mancini, che individua nel soprattutto nel digitale il futuro dei musei. Secondo la giornalista infatti bisognerebbe “usare questo tempo sospeso per immaginare nuovi modelli di business e ripensare l’offerta dei musei italiani, facendo tesoro della crisi attuale”.

Se c’è una cosa che ha portato alla luce il coronavirus, è infatti la carenza di interazione e digitalizzazione tra i musei e i propri utenti e delle proprie collezioni. Bisognerebbe dunque ricercare “nuovi modelli di business” e passare da una “logica sartoriale, come quella che prevale oggi in Italia – si legge nel pezzo del quotidiano economico italiano – a una logica industriale”.

La soluzione? “Occorre investire su nuovi servizi, soprattutto sul fronte della digitalizzazione” ancora piuttosto carente nel nostro Paese, fatta eccezione per poche isole felici, e valorizzare soprattutto le proprie collezioni in attesa della possibilità e del ritorno dei grandi eventi d’arte.

Ma una domanda per tutti coloro che non vedono l’ora di godere della bellezza di una grande mostra è: quando potremo ritornare in un museo e sentirci a contatto fisicamente con le opere?

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