Ecco perché la “Spigolatrice di Sapri” non è sessista

La società contemporanea si sta ammalando di sessismo. Figlia di una emancipazione femminile ormai senza controllo, il “Girl Power 2.0”, contaminato dal movimento #MeToo, sembra quasi voler rivendicare una parità dei sessi che sconfina nell’androginia, nel nome di un genere sempre più fluido e indefinito, dove si taccia di sessismo anche la semplice raffigurazione delle forme del corpo femminile.

È successo a Sapri, dove qualche giorno fa è stata presentata al pubblico la statua della Spigolatrice di Sapri, ispirata all’omonima e famosa poesia di Luigi Mercantini. La scultura, dalle forme procaci, è stata giudicata dai più troppo sexy, quasi una blasfemia, un “insulto sessista” per Boldrini e Cirinnà che ne chiedono addirittura la rimozione.

Scevà, non-binary people, inclusione. Il politicamente corretto si sta trasformando in censura, dimentico di quella storia dell’arte e della cultura classica da sempre caratterizzate dal concetto di nudo eroico o nudità ideale.

In principio fu la Venere di Willendorf, una donna le cui forme steatopighe richiamavano l’idea di fertilità e abbondanza. Ma sono tanti gli esempi che possiamo ritrovare nelle pagine dei volumi di storia dell’arte, che inneggiano alla bellezza del corpo femminile e non di certo sono per questo sessiste. Dalla Venere Capitolina alla Schiava Greca di Hiram Power, da Botticelli a Marina Abramović sono tante le opere, gli artisti e gli autori che hanno ritratto e mostrato il corpo nella sua stereotipata nudità. Donne, ma anche uomini, corpi perfetti e burrosi dove non sono soltanto le figure femminili ad essere ritratte nude, ma anche, e forse soprattutto, quelle maschili: dal Galata morente del 220 a.C. al Napoleone Bonaparte, scolpito come Marte pacificatore da Antonio Canova agli inizi del XIX secolo.

Dall’arte paleolitica a quella contemporanea, passando per la cultura classica, la nudità non è mai erotica, non è mai espressione voyeuristica. È nuda la Sabina del Giambologna della Loggia dei Lanzi, è nuda la Dafne di Gian Lorenzo Bernini, ed è nuda anche la Paolina Borghese del Canova. Volitive e ieratiche, simbolo universale di bellezza.

La nudità è un concetto che da sempre contagia trasversalmente anche la pittura. E così è nuda anche la Cleopatra suicida di Artemisia Gentileschi, nuda (e tra due uomini) la donna della Colazione sull’erba di Manet, nuda lo era anche la Marianne di Francia ne La Libertà che guida il popolo di Eugène Delacroix, antesignana di quel movimento ucraino che nel 2008 avrebbe fatto del seno nudo un forte gesto di protesta sotto il nome di femen, nuda L’origine del mondo di Gustave Courbet.

La Spigolatrice di Sapri il cui abito in trasparenza lascia intravedere le sensuali forme è diretta discendente di quella Venere Callipigia, letteralmente dalle belle natiche (al Museo Archeologico Nazionale di Napoli), che solleva con fare lezioso il suo abito lasciando ammirare le sue grazie all’osservatore attonito.

Una morale retrograda che censura l’espressione artistica nel nome di un politicamente corretto che sa già di Santa Inquisizione, e che ci riporta alle braghe di Daniele da Volterra alla Sistina e alle foglie di fico del XIX secolo che nascondevano i genitali delle statue. Ma d’altronde, si sa, “la malizia è negli occhi di chi guarda”.

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