INTERNATTUALE

“DATECI UN MUSEO”: la scritta sotto la Vela da abbattere a Scampia

DATECI UN MUSEO. È questo che scrivono, e forse gridano a gran voce, i giovani di Scampia sotto una delle iconiche vele, quella che (in 40 giorni) dovrebbe andare giù, rosicchiata piano piano, come una succulenta groviera mangiata da topolini.

È questo il primo step del cosiddetto progetto Restart Scampia, che dovrebbe far ripartire la periferia a nord di Napoli e connetterla maggiormente al tessuto urbano cui dovrebbe già appartenere. Una riqualificazione di fatto fioca, basata su strutture di vecchi progetti preesistenti e mai portati a termine, e su altri che negli anni si sono rivelati inutili ad una sua rinascita.

Come il polmone verde della periferia, ribattezzato Parco Ciro Esposito, che svariati anni fa fu protagonista di un tragico incidente che ne decretò il prosciugamento del laghetto artificiale, il quale, da specchio d’acqua, si è trasformato in desolato incavo di cemento armato.

Ma Restart Scampia contemplerebbe nel piano anche una Facoltà di Medicina e Chirurgia. Peccato però che l’immobile sia stato tirato su già da un po’ di anni: un edificio di forma cilindrica (di “corona circolare” come si può leggere on-line nella presentazione del piano regolatore dell’epoca), alto svariati piani e non ancora ultimato.

Il costo, a carico della Regione Campania, ben prima di Restart Scampia, era già di oltre 5 milioni di euro, 

Anche l’abbattimento delle Vele non ha portato negli anni ai risultati sperati: sono già tre infatti le Vele buttate giù: la prima nel 1997, la seconda nel 2000, la terza qualche anno più tardi. Nulla, se non lo skyline, è cambiato per il quartiere che nel primo lustro del 2000 si sarebbe poi trasformato nel decadente scenario della più grande faida di camorra e controllo del territorio che Napoli possa ricordare: la guerra dei Di Lauro e di quelli che la stampa locale ribattezzò “scissionisti”, che hanno ispirato anche il libro di Roberto Saviano, Gomorra, e la serie televisiva diventata un vero e proprio cult tra i giovanissimi, che si ispirano nel look e nelle scelte di vita a personaggi da cui dovrebbero prendere invece le distanze.

Un progetto, questo, che vede l’ingente finanziamento delle casse di un Comune esangue (che investe ben 9 milioni di euro) e, manco a dirlo, della Comunità Europea, che ne cambierà il volto ma non la sostanza e non tiene conto delle reali necessità degli abitanti del quartiere.

Scampia avrebbe bisogno innanzitutto di un collegamento della LINEA 1 della metropolitana, che resta, di fatto, coperto solo dalla stazione di Piscinola-Secondigliano (“Secondigliano” solo di nome): sapete quanto dista la stazione dall’area di Secondigliano? 2,4 chilometri, mentre dalla stessa Scampia 2,3 (cui si è tentato di ovviare creando uno sbocco della stazione che serve solo una parte di questo enorme quartiere). Non sarebbe stato più facile invece investire in un vero collegamento su ferro che potesse in qualche modo sopperire anche alla grande carenza del trasporto ANM su gomma?

Ma oltre all’abbattimento dei restanti tre edifici e la riqualificazione dell’unico quarto che sopravviverà, sul sito del comune (qui il link) si legge che saranno costruiti altri moduli abitativi, al posto di quelli esistenti, con “punti commerciali” e “insediamenti per la produzione di beni e servizi (laboratori artigianali, piccole botteghe). Proprio nella recente riqualificazione della metropolitana di “Scampia”, è stato assegnato uno spazio alla sede dell’Associazione dei Presepisti Napoletani: non si tratta di un vero e proprio laboratorio presepiale, ma di una sede associativa, dove le persone sono spesso barricate dentro e non hanno un reale interesse ad interagire con il territorio circostante. In che modo Scampia avrebbe dovuto trarre beneficio da questa presenza che nulla toglie ma, soprattutto, nulla aggiunge, alla vita difficile di questo quartiere?

La creazione di un museo nell’area delle Vele o proprio all’interno di una delle Vele, di fatto mai contemplata, non è del tutto malsana o da scartare: un polo museale aprirebbe innanzitutto il quartiere all’interesse di turisti e cittadini di altre zone, contribuirebbe alla creazione un passeggio di persone che a sua volta andrebbe ad incrementare l’economia locale, e darebbe a Scampia un maggior senso di integrazione, grazie all’interazione con tante persone e turisti, ma al tempo stesso di sicurezza.

Un museo inoltre genera il rispetto per l’arte sotto tanti punti di vista, e genererebbe posti di lavoro: dal front-office alla pulizia, dalla manutenzione alla parte dirigenziale e creativa.

Ne sono uno straordinario esempio il Mudec e il Pirelli HangarBicocca a Milano: il primo, Museo delle Culture, nasce nell’ex acciaieria Ansaldo, nel quartiere di Porta Genova, con lo scopo (perfettamente riuscito) di trasformare un’area industriale ormai dismessa in un vero e proprio centro destinato alle attività culturali; l’HangarBicocca si trova invece nell’omonimo quartiere, Bicocca appunto (estrema periferia milanese), dove sorgeva un altro stabilimento industriale, l’AnsaldoBreda, acquisito dalla Pirelli nel 2004. Successivamente 1500 metri quadri sono stati riconvertiti in gallerie espositive per l’arte moderna e contemporanea, ospitando prestigiose mostre di artisti del calibro di Marina Abramović, Carsten Höller, Alfredo Jaar, Philippe Parreno, Laure Prouvost e Apichatpong Weerasethakul solo per citarne alcuni. Al suo interno trova posto un elegante ristorante e spazi conviviali. Accanto a quella che oggi è una colossale galleria d’arte, è nato un grande Centro Commerciale, un cinema multisala, un mega parcheggio e sedi universitarie.

Sono ben sette invece a Torino gli spazi espositivi che si dividono tra centri culturali, musei veri e propri e fondazioni che hanno inondato di arte, anche contemporanea, le aree periferiche della città sabauda: dalla Fondazione Merz, nel cuore industriale di Torino, al MEFMuseo Ettore Fico, in un’area che attualmente è interessata da una grande opera di riqualificazione urbana.

Il Centro Pecci a Prato, anch’esso in un’area industriale ai margini del centro, ha contribuito e sta contribuendo a cambiare il profilo della periferia.

Anche a Roma si pensa ad un progetto che possa portare realmente le periferie al centro con un museo diffuso delle borgate di Roma.

Insomma cultura e arte e mezzi di trasporto al posto di nuovi dormitori popolari e complessi direzionali che lascerebbero nel totale abbandono e degrado l’area dopo gli orari da ufficio o, peggio, durante i periodi di vacanza.

Scampia potrebbe davvero rinascere, se politici e le amministrazioni prendessero in considerazione la vivibilità di un progetto in relazione alle vere problematiche che gli abitanti di una periferia sono costretti a fronteggiare quotidianamente: criminalità, sporcizia, problemi di trasporto pubblico.

Perché Scampia può ripartire, può e deve rinascere, ma non attraverso un palazzo di una forma diversa, ma mostrando agli abitanti che, come diceva Dostoevskij, “la bellezza salverà il mondo”.

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