INTERNATTUALE

Come sarà la vita dopo il “lockdown”?

A poche ore dalla riapertura parziale di molte di quelle attività chiuse per il coronavirus, mi spaventa la vita che sarà “dopo”, quella di un domani che sembrava non arrivare mai. Se da un lato c’è la voglia di ricominciare a vivere, perché farlo in questo tempo-non-tempo non è vita, dall’altra resta la paura di ciò che ci attende là fuori, della distanza sociale che non manterremo, delle mascherine che porteremo appese al collo, delle norme igieniche che rispetteremo con meno attenzione.

Nell’era dei social siamo stati bombardati dall’informazione, e da una versione diversa per ogni trasmissione di approfondimento sul tema “pandemia”. Tante quanti erano gli esperti in TV che dicevano la loro a riguardo: “Passerà con l’estate”, “ritornerà in autunno”, “è poco più di un raffreddore”, “attacca solo i vecchi”, “non dobbiamo prenderlo sottogamba”. Il tutto contornato da una informazione di base apocalittica prima e speranzosa poi, che ha intervallato l’informazione a flash-mob dai balconi e slogan motivazionali che in soldoni ci dicevano “Andrà tutto bene”.

Nel frattempo il virus ci aveva reso davvero tutti uguali: gli artisti che prima ci apparivano perfetti dalle loro foto patinate, viaggi glamour e passaggi televisivi, sono diventati uguali a noi, non tanto per il timore del contagio e l’obbligo di non uscire che ha portato alla campagna social dell’#iorestoacasa, quanto per l’aver vissuto con noi le nostre stesse problematiche: impiegare il tempo tra le mura domestiche facendo la pizza in casa il sabato sera, restando distanti dagli affetti più cari, mentre capelli, barba e sopracciglia sono cresciuti incolti per tutti.

Abbiamo riso tanto, abbiamo fatto video-parodie su TikTok, dirette su instagram e aperitivi di gruppo su Zoom. In qualche modo ci siamo avvicinati proprio grazie a quella tecnologia à la Black Mirror che abbiamo tanto demonizzato.

Ci siamo dati agli acquisti on-line e abbiamo apprezzato lo streaming.

Portare fuori il cane o la spazzatura si sono trasformate da incombenze da evitare ad attività contese, e mentre in televisione ci hanno insegnato come lavare correttamente le mani e quali regole seguire, su YouTube siamo passati dai tutorial creativi a quelli che ti dicono come creare una mascherina.

Eroi di questa grande pandemia globale che ha contagiato quattro milioni di persone nel mondo, i medici e gli infermieri che hanno combattuto e combattono valorosamente in ospedali e terapie intensive.

Migliaia i morti, le chiese chiuse, le bare caricate in massa sui carri dell’esercito. Sono tante le immagini che ci hanno segnato in quello che per noi sarà un vero e proprio dopo guerra, con tutti i danni sociali ed economici che ne conseguono.

Ci siamo scoperti tutti runner, sportivi, amanti dell’aria aperta, e nell’Italia del “prima”, quella in saldo, dove negozianti ed esercenti lamentavano vendite in calo, abbiamo compreso che anche quel poco alimentava famiglie e contribuiva al PIL nazionale.

È cambiato il nostro rapport con l’arte, i musei, finora quasi dati per scontato, e quando ne siamo stati privati li abbiamo apprezzati attraverso i documentari di Alberto Angela, sostituendo le prime domeniche al museo con le maratone on-line e i video del Mibact su YouTube.

Il turismo che prima soffocava le nostre città, si scopre adesso vitale per la loro stessa sussistenza.

Dopo mesi di lockdown rinchiusi in casa a sperare davvero che andasse tutto bene, il Governo ci dice adesso che possiamo uscire. Riapriranno gradualmente da domani (quasi) tutte le attività, ma siamo chiamati ad una grande prova di responsabilità. Ed io mi chiedo come sarà il “dopo” di questa Italia, quella della Lungomare Caracciolo di Napoli e dei Navigli di Milano, in cui la gente passeggia senza la dovuta cautela. Mi chiedo come sarà questo “dopo” che somiglia molto al prima, con la differenza che adesso siamo consapevoli che in giro ci sarà ancora un nemico invisibile che ha fatto migliaia di vittime nel mondo. Aspetteremo sorridenti la cosiddetta immunità di gregge?

Parola d’ordine “distanza di sicurezza”. Amuchina, guanti e mascherine sempre più colorate e alla moda diventano invece i nuovi accessori di cui, almeno per i prossimi mesi, non potremo fare a meno.

Ingressi contingentati nei luoghi pubblici, file disciplinate, posti dimezzati, prevendite.

L’idea di ritornare tra la gente, nel caos quotidiano, mi spaventa un po’. Non (solo) per una questione di “contagio” ma per un senso di vita che avevamo dimenticato, per quell’otium che ci ha dato la possibilità di riflettere, di riprenderci il nostro tempo, di riscoprire noi stessi.

Ma questo è un rischio che dovremo cominciare a correre per riprenderci quella vita che avevamo accantonato e ricominciare davvero a vivere.

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