MUSEI

Chiara Ferragni, i followers e i visitatori dei musei italiani

L’ormai famigerata visita di Chiara Ferragni alle Gallerie degli Uffizi non solo ha spaccato in due il mondo dell’arte su chi approva o meno la visita della nota influencer milanese nel museo fiorentino, ma ha aperto un quesito sull’uso che i musei italiani fanno, hanno fatto e faranno dell’uso di internet e dei social in particolare.

Se il coronavirus e il conseguente lockdown hanno spinto, anche su richiesta del Ministro Franceschini, i musei italiani ad avvicinarsi maggiormente alla rete, con la graduale riapertura e un ritorno alla visita tradizionale, è andato scemando quell’engagement virtuale che aveva consentito ai visitatori di non perdere il contatto con l’arte e la cultura.

E mentre gli addetti ai lavori si sono interrogati sul post degli Uffizi, sul “copy” e sullo storytelling di un’operazione che percepivano solo in parte, la sola presenza di Chiara Ferragni ha intanto fatto registrare un +27% nel primo weekend successivo alla sua visita.

Un caso? Forse. Ma nel frattempo non è possibile non domandarsi che ruolo ha il web, e i social in particolare, nella promozione culturale dei nostri musei. Un articolo di Repubblica.it prova a dare una ( molto approssimativa) risposta, asserendo che, con una media di 90.000/100.000 followers a testa (nei casi più fortunati), i musei italiani sono fanalino di coda dei grandi omologhi internazionali che vantano fior fior di milioni di followers: MoMa e Louvre, citati nel pezzo, guidano la lista stilata rispettivamente con 5 milioni e 4.1 milioni di followers su instagram, seguiti da Guggenheim (2.5 milioni), British (1.7 milioni), Prado (745 mila) e Hermitage di San Pietroburgo (572 mila).

Quello che Repubblica tralascia però, è che oltre al numero di persone che seguono un account, ci sono tutta una serie di altri parametri che sarebbe opportuno prendere in esame, come il reale interesse ai contenuti pubblicati e dunque quanto interagiscano con essi, il cosiddetto engagement.

Con i suoi cinque milioni di followers, infatti, il MoMa di New York ha un engagement rate più basso della media, appena 0,40% che, tradotto in numeri, significa una media di 20.000 like e 95 commenti per immagine.

Un pochino meglio il Louvre, che arriva all’1,45%, ma comunque al di sotto della media, il che gli porta in genere 60.000 like e 366 commenti per foto.

Passando all’ultimo citato nell’esterofila lista, l’Hermitage, che, dei suoi 575.031 followers, appena l’1.08% interagisce con 6100 like per foto e 46 commenti in media.

Ma al di là dei numeri virtuali, quanto pagano questi “milioni” di followers in termini di ingressi al museo ogni anno?

Con i suoi 9 MILIONI di visitatori nel 2019, il Louvre è senza dubbio re dei musei nel mondo, ma non per tutti i followers si traducono in visitatori, e spesso è vero l’esatto opposto. Tra i musei più visitati al mondo, ci sono infatti i Musei Vaticani, il cui account ufficiale vanta appena 65 mila followers, e che lo scorso anno hanno accolto ben 6.8 MILIONI di visitatori.

Per ritrovare il MoMa, che su instagram domina la classifica dei followers, dovremo scendere di un bel po’ di posizioni, fino ai suoi 2.8 MILIONI di visitatori l’anno. Una vera inezia, se paragonati agli Uffizi, che su instagram superano “soltanto” il mezzo milione di followers, e che invece nel 2019 hanno accolto ben 4.3 MILIONI di visitatori.

E a casa nostra come sono gli ingressi?

Il Parco Archeologico del Colosseo, che su instagram conta appena 20 MILA followers, nel 2019 è stato visto da oltre 7.5 MILIONI di visitatori, stesso discorso per il Parco Archeologico di Pompei, 192 MILA followers, 3.9 MILIONI di visitatori lo scorso anno.

Il rapporto followers/visitatori, ad esempio, non corrisponde ad una concreta traduzione in ingressi, e spesso, nel caso dei musei italiani (vedi il Colosseo), l’incremento di visita è del 37500%.

Inutile negare che la promozione culturale e la sua diffusione oggi passa anche attraverso i social, che tanta parte hanno anche all’interno delle nostre vite. Ma attribuire il successo di un museo, e i suoi visitatori annui, ai soli followers, senza neanche soffermarsi sulla reale efficacia del suo account, significa svilire le stesse opere d’arte che custodiscono. Come se La Gioconda di Leonardo Da Vinci, le Forme uniche della continuità nello spazio di Umberto Boccioni, o l’immensa collezione d’arte dell’Ermitage di San Pietroburgo da sole non bastassero più a spingere di visitare un museo.

Forse, visto la maggior parte dei trend in positivo (prima del covid19), dovremmo cominciare a chiederci non tanto se i musei fanno o meno un buon uso dei social, perché se i numeri sono buoni e le tendenze in crescita è ovvio che in qualche modo lo fanno, ma se noi italiani, spesso esterofili, facciamo una buona pubblicità alle meraviglie del nostro Paese e all’operato di chi, non senza difficoltà, cerca di promuoverle in un Paese che sembra non amare molto i (propri) musei.

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