INTERNATTUALE

Capodimonte, Sannino e quel mondo Accademico inadeguato ai tempi che cambiano

Che il mondo accademico italiano non prepari adeguatamente i suoi studenti al mercato del lavoro, lo comprendiamo ogni giorno leggendo sui quotidiani affermazioni come quella di Tomaso Montanari, Docente di Storia dell’Arte Moderna e Storia del Patrimonio Culturale all’Università degli Studi di Napoli Federico II, che dalle pagine del Corriere del Mezzogiorno critica che il Museo e Real Bosco di Capodimonte a Napoli abbia acconsentito a far girare al cantante neomelodico Andrea Sannino il videoclip del brano Voglia non solo all’interno delle sue sale, ma addirittura davanti alla Flagellazione di Cristo, opera di Caravaggio del 1608: «I beni non si possono usare per fini incompatibili con il loro carattere storico artistico» ha detto lo storico dell’arte, andando a scomodare il Codice dei Beni Culturali.

Ma a storcere il naso insieme a Montanari, c’è anche Nicola Spinosa, Soprintendente della Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Napoletano, che ha definito tutta l’operazione di Capodimonte “una nuova puntata di un programma già visto”.

E dire che il neppur troppo lontano caso della nota influencer Chiara Ferragni agli Uffizi qualcosa sul cambiamento del marketing culturale avrebbe dovuto insegnarcelo, su quanto sia importante oggi per un museo trovare nuovi modi di promozione per attrarre tipologie distanti e diverse dal pubblico abituale.

E invece quella che ormai potremmo definire “vecchia guardia” è fermamente ancorata alla polverosa idea di un museo inteso come didascalica e antiquata sala espositiva in cui ammirare una sequela di opere.

Ma che anche i musei italiani stessero virando verso il cosiddetto infotainment, quel sapiente mix di informazione e intrattenimento, avremmo dovuto capirlo non solo dalle mostre sempre più multimediali, ma già quando le case di moda anni fa hanno cominciato ad interessarsi ai luoghi dell’arte per presentare le loro collezioni: da Dolce&Gabbana nella Valle dei Templi ad Agrigento a Fendi che ha sfilato sulla Fontana di Trevi a Roma.

Nel 2018 fu il Museo Archeologico di Napoli a fare da location per il videoclip di Sufjan Stevens, per il brano Mistery of Love, colonna sonora di Chiamami col tuo nome, film di Guadagnino in cui le collezioni archeologiche del museo napoletano nemmeno comparivano. Eppure oggi, ad oltre 8 milioni di visualizzazioni, sarebbe bene chiedersi se non sia stato merito anche di questo video il traguardo dei quasi 700.000 visitatori nel solo 2019.

Appena lo scorso anno è stato invece il cantante italo-egiziano Mahmood a girare il video di Dorado all’interno delle sale del Museo Egizio di Torino, tra sarcofagi e sfingi di oltre 4000 anni fa.

Sul fronte estero il caso più noto è senza dubbio quello dei The Carters, aka Beyoncé e suo marito Jay-Z che sempre nel 2018 hanno girato il videoclip di Apshit nel Louvre di Parigi, addirittura davanti alla Gioconda di Leonardo. 235 milioni di visualizzazioni su YouTube dopo, lo stesso Louvre ha ideato un percorso dedicato di 90 minuti in cui si ripercorrono tutte le opere mostrate nel video del duo musicale.

Il tutto andrebbe letto alla luce della recente contestazione della nomina di Gabriel Zuchtriegel (39 anni), come direttore del Parco Archeologico di Pompei, giudicato “troppo giovane e inesperto” da l’ex soprintendente per i Beni archeologici di Napoli e Caserta Stefano De Caro (70 anni) e Irene Bragantini (73) docente all’Orientale, membri del Comitato scientifico della Soprintendenza per Pompei, che subito dopo la nomina del neo-direttore si sono dimessi.

In un momento storico in cui l’emergenza sanitaria dovuta al COVID19 ha messo a dura prova il settore turistico-culturale, anziché guardare alle nuove forme di comunicazione come ad una opportunità per sopperire alla mancanza di contatto con l’arte, se ne contesta l’uso. Ma se luoghi e opere d’arte non sono in alcun modo danneggiati, e se in alcuni casi beneficiano addirittura di visibilità e finanziamenti extra, perché allora contestarli?

Come qualsiasi altro settore, anche quello dell’Arte deve produrre profitti: per poter sostenere se stesso, per poter sostenere la ricerca, per poter sostenere quella conservazione e quella fruizione di cui è depositario.

Viene da chiedersi se non siano ormai proprio gli esperti un po’ troppo vetusti per continuare a dirigere i Beni Culturali e formare nuove leve per l’amministrazione del futuro.

Non è soltanto il mondo dell’arte a doversi adeguare al cambiamento dei tempi, ma lo stesso sistema universitario italiano, questo fuoricorsificio che tra ordinamenti di laurea che continuano a cambiare, infiniti esami (molti inutili) e uno studio mnemonico della materia, introduce nel mondo del lavoro laureati completamente impreparati ad affrontare le necessità pratiche e una visione in prospettiva che il settore ormai richiede.

Il mondo accademico italiano sembra rinchiuso in una bolla di ricerca e convegni, completamente estraneo al repentino cambiamento del mondo circostante. L’Università, con questo vecchio stereotipo di museo, si mostra completamente inadeguata alla formazione che i Beni Culturali ormai richiedono e impongono: gli studenti se da un lato possono vantare un livello di istruzione sufficientemente adeguato alla conoscenza della materia, dall’altro contano soltanto su di uno sterile sapere enciclopedico, ben distante dal diventare una figura professionale in grado di gestire praticamente e adottare un’ottica di valorizzazione contemporanea di cui il patrimonio culturale italiano, e non solo, sente da tempo il bisogno.

Un commento

  • Jorge Torres Sáenz

    Grazie, Mariano, per questo articolo che mi sembra molto stimolante e fa pensare. Credo che, effettivamente, le due vertenti del problema (la critica a la formazione academica, e l’analisi de l’apparato de divulgazione degli musei) possono andare insieme per la riflessione, ma sono anche molto diversi. Vorrei esprimere alcune idee che mi sembrano importanti.
    1) Che è fondamentale la riflessione intorno a il rapporto tra esperienza estetica e musei.
    2) Che c’è una crisi a l’interiore de la esperienza stessa, dove il rapporto corpo-sensazione-opera d’arte sembra tranciato.
    3) Che ce una differenzia radicale tra il dispositivo-museo e il bisogno de la cultura de masse.
    4) Che, di fronte a un mondo che è diventato il regno delle telecamere, degli apparati a fare de la esistenza una immagine digitale, tutta resistenza deve essere, in principio, benvenuta.
    5) Che sospettare è ancora una strategia importante per il pensiero.
    6) Che, proprio quello qui pasa con l’accademia -la sua lentezza per “s’adattare” a la velocità di trasformazione del mondo, per esempio- è una importantissima forma de resistenza.

    Mi lasci con la voglia di scrivere un articolo, soprattutto adesso dove andare in un museo tra i turisti (ciascuno con il cellulari a la mano, per “vedere” attraverso la telecamera, mi sembra spaventoso.

    Jorge Torres Sáenz

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