ARTE

Alla scoperta dell’Abbazia di San Galgano con Chiara Ferragni

Con l’arrivo della bella stagione e la graduale riapertura delle regioni, Chiara Ferragni continua nella sua promozione, non solo di griffe e tendenze, ma di arte e bellezza. La bella influencer, o forse dovremmo dire imprenditrice digitale, si è riunita con tutta la famiglia in quel di Toscana, e ci ha portati all’Abbazia di San Galgano, a pochi chilometri da Siena.

Si tratta di un antico Complesso cistercense la cui Abbazia, completamente in rovina e priva di tetto, il che da un lato è la caratteristica che conferisce maggior fascino a questa straordinaria struttura, dall’altro la rende simile ad altri e monumentali Complessi monastici europei: dalla Scozia alla Germania.

Il titolare è San Galgano, la cui celebrazione ricade il 3 dicembre, morto nel 1181, il quale dopo una giovinezza disordinata si ritirò in eremitaggio in questo luogo come penitenza per espiare la dissolutezza del passato.

Segno tangibile di questa conversione avviene nel Natale del 1180, quando Galgano, giunto sul colle Montesiepi, infisse nel terreno la sua spada con lo scopo di farne una croce. Questa storia è avallata da un masso della cosiddetta Rotonda di Montesiepi dove è possibile vedere un masso con un’elsa e un segmento di spada ormai arrugginita. Il mito di Re Artù attira qui orde di curiosi che non possono fare a meno di notare l’analogia tra la mitologia dei Cavalieri della Tavola Rotonda e la storia del Santo.

La costruzione dell’Abbazia ebbe inizio a pochi anni dalla morte del Santo, verso il 1182 per volontà del vescovo di Volterra e, siccome San Galgano in vita era entrato in comunità con i cistercensi, affidò proprio a questi ultimi il compito di creare una comunità intorno al culto. I cistercensi risultavano già attivi nel 1201, quando Montesiepi era una sorta di succursale di Casamari.

Nel corso dei secoli il Complesso fu oggetto di saccheggi. Nel 1328 fu colpito dalla carestia e un ventennio più tardi dalla peste che colpì duramente i monaci.

Già nella prima metà del Settecento il Complesso risultava crollato in più parti mentre quelle ancora in piedi crollarono di lì a poco, e nel corso del XVIII secolo crollano volte e campanile.

Nei secoli successivi subisce impropri cambi d’uso e solo nel 1924, grazie ad un restauro conservativo ad opera di Gino Chierici, che decide di non ricostruire, ma solo consolidare quanto già c’era.

Il risultato è un suggestivo connubio tra architettura e natura, il dialogo con l’uomo attraverso il soffio divino del creato.

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