Se la street art entra nei musei

Nata come forma di protesta contro la proprietà privata, la street art nel tempo si è evoluta, inglobando in sé temi cari alla società contemporanea: dalla politica all’anti-razzismo, dalla pace alla lotta all’omofobia, dimostrando che il “graffittaro” non è più soltanto un bullo che imbratta i muri, ma un artista che vuole lanciare un messaggio lì dove tutti possono vederlo, in strada. Capostipite di questo vero e proprio movimento che ha dato nuova dignità a quest’arte, è senza dubbio Banksy, il misterioso artista che esprime perfettamente il suo pensiero con stancil e bombolette spray sovvertendo completamente icone e iconografie. Ultimo, solo in ordine cronologico, il napoletano Jorit, classe 1990, che con la sua street art, e i colossali volti dagli inconfondibili tatuaggi tribali è riuscito nella non facile impresa di trasformare i luoghi dove sono stati realizzati, tramutando in meta turistica persino periferie di Napoli come Ponticelli o Scampia.

Anche la moda non è rimasta indifferente a questa nuova tendenza. Sono stati molti gli stilisti che per sponsorizzare il proprio brand si sono avvalsi di autori noti agli appassionati di spray. Gucci in Largo La Foppa a Milano ha commissionato diversi murales a Angelica Hicks prima e Ignasi Monreal poi, colorando le strade con disegni abbinati al proprio nome; Calvin Klein ha invece guardato all’arte contemporanea “vintage”, stringendo invece una collaborazione con la Andy Warhol Foundation mescolando immagini prodotte dall’artista newyorkese alle proprie collezioni.

Insomma la street art sta diventando per i musei ciò che YouTube è per la televisione: un modo per farsi conoscere dagli addetti ai lavori.

Dagli inizi degli anni 2000 ad oggi il volto della street art è completamente cambiato, e è riuscita ad avere nuova dignità non solo tra gli appassionati, ma anche tra i critici d’arte, oggi addirittura si tende sempre più ad una sua musealizzazione. Si è conclusa infatti da qualche settimana la mostra A Visual Protest – The Art of Banksy, al Mudec di Milano (di cui vi ho parlato qui) che ha provato a riassumere l’intera evoluzione dell’artista che è riuscito a provocare persino ad un’asta da Christie’s. Ma anche Napoli, e in particolare il Museo Archeologico Nazionale, si appresta provocatoriamente a celebrare un altro street artist Blub, che con il suo progetto #lartesanuotare rielabora su stancil note opere o personaggi famosi apponendo sul loro volto una maschera da sub in un contesto marino. I suoi lavori, giunti dallo scorso aprile anche per le strade di Napoli, vanno così a decorare cabine elettriche, porte, muri, in un continuo dialogo tra la città e le sue realizzazioni.

Mercoledì 29 maggio anche il MANN si appresta dunque ad un passo epocale: non solo far entrare un artista d’arte contemporanea all’interno di un museo di archeologia, ma ammettere tra le collezioni di antichità classica addirittura uno street artist proprio con la rassegna dal titolo Blub – L’arte sa nuotare.

Un dialogo, questo, che incuriosisce molto, e che fino al 31 agosto 2019 consentirà ai visitatori del museo di vedere come opere di arte antica, quali affreschi pompeiani e altre sculture, delineando, al contempo, un nuovo confine dell’arte… di strada. Sul mio profilo instagram, qualche immagine di Blub a Napoli.

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