Metro di Napoli: quella LINEA 1 che danneggia anche l’economia della città

La metropolitana di Napoli, linea 1, è un abominio contro ogni normativa di sicurezza, igienica e persino del semplice vivere civile. Non solo per le lunghe attese, strategicamente occultate dalla segnaletica elettronica che avvisa soltanto quando mancano pochi minuti all’arrivo o il treno è già in banchina, ma anche per questi veri e propri viaggi della speranza che pendolari e viaggiatori sono costretti quotidianamente a fare, come emigranti su di un barcone per Lampedusa. Almeno se non altro la vicinanza dei napoletani alla causa è totale, perché ogni giorno ci caliamo in queste tragiche condizioni.

Il tutto si ripete quotidianamente tra l’indifferenza delle nostre istituzioni, del Comune, e del Sindaco in primis, che continua a svolazzare da un set all’altro, senza prendere in carico un problema serio e continuativo, che affligge da anni la nostra città, mentre noi cittadini, e viaggiatori soprattutto, assistiamo al collasso di un’azienda dei trasporti, l’ANM, che non è mai definitivo, e offre un servizio che peggiora di giorno in giorno.

Vantata come un’opera d’arte (contemporanea) in movimento, con il progetto Stazioni dell’Arte, la metropolitana di Napoli è in realtà un lager su binari, con cui i cittadini devono convivere, e i turisti si sentono caduti in una trappola chiamata Toledo (famosa stazione più bella d’Europa) e si augurano di uscirne al più presto, pensando di vivere uno di quei folkloristici momenti da terzo mondo.

Una situazione, questa, che finisce col danneggiare anche, e soprattutto, la qualità della vita, il turismo, i grandi attrattori d’arte, l’economia locale. Quanti, ritornando dal lavoro, vorrebbero sorprendere la propria metà con un mazzo di fiori o anche una semplice rosa? Quanti vorrebbero portare dei dolci a casa per festeggiare l’onomastico, il compleanno, una ricorrenza? Quanti fare un semplice acquisto senza rischiare che resti schiacciato dalla folla che malamente tenta di entrare, uscire e restare in equilibrio accatastati gli uni sugli altri come in una partita a Twister?!

Senza considerare chi visita la città per pochi giorni e giocoforza si trova a dover scegliere tra musei e mostre distanti tra loro e collegati male: Caravaggio o Canova? Chagall o Escher? Quanti si sono fatti queste domande prima di mettersi in viaggio spuntando soltanto uno dei due nomi e alla fine magari non riuscendo nemmeno a vederlo?

Il bacino di utenza di negozi e rinomate pasticcerie del centro storico è destinato a restare circoscritto nella propria area senza mai crescere davvero, nutrendosi, nella migliore delle ipotesi, di quel substrato stagionale di turisti.

Persino uscire con il cane ha dell’impresa eroica, mentre, sfidando germi e allergeni, ti lasci alitare e tossire addosso, mentre cerchi di non soffocare tra il finto Moncler del tizio accanto a te o i capelli voluminosi della studentessa che, in braccio a te, incurante parla allegramente con le amiche.

Una metro che finisce tragicamente per condizionare anche il tuo modo di vestire, rendendo impossibile l’idea di indossare un abito sartoriale o un macramè senza il rischio che venga sporcato o sfilato dalla borsa, dalla cintura, dal cappotto di qualcun altro a bordo.

Un’economia lesa, che stenta a decollare, ulteriormente danneggiata dall’impossibilità di trasportare qualsiasi cosa. Fiori, cioccolatini, vestiti. Un’infinità di mostre, musei, acquisti. Evitiamo o perdiamo la qualunque per un trasporto che ci porta a fatica (e dopo ore) da un posto all’altro, alimentando un circolo vizioso senza soluzione di continuità proprio quando Napoli vive uno straordinario momento di fioritura mediatica, turistica, culturale.

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