ARTE

“La dea Fortuna”, dalla mitologia all’omonimo film di Ferzan Özpetek

Come da tradizione, anche questo Capodanno sono andato al cinema per vedere La Dea Fortuna. Ma non vi parlerò del film, non per ora almeno, ma della dea da cui prende il nome l’ultima (e acclamata) pellicola del regista Ferzan Özpetek.

Chi era davvero la dea Fortuna?

La dea Fortuna, in una scena del film

Secondo l’annalistica romana, sarebbe stata introdotta da Servio Tullio, sesto re di Roma, che più di tutti fu arriso dalla Fortuna e a lei dedicò quasi trenta templi, ognuno con una diversa epiclesi, invocazione.

La tradizione racconta che la divinità aveva la capacità di far andare bene le cose le imprese, ma aveva anche una connotazione “erotica”, per la quale è rimasto ancora oggi il modo di dire “essere baciati dalla Fortuna”.

Anche la mitologia greca aveva il suo corrispettivo con la dea Tyche, la stessa che ha ispirato proprio l’iconografia della scultura che compare nel film, che si rifà in particolare alla Fortuna di Corinto.

Nel film di Özpetek, ancora nelle sale, si fa in particolare riferimento alla Fortuna Primigenia dell’omonimo santuario della città di Praeneste (oggi Palestrina, a Roma). Primigenia, in quanto prima-nata dei figli di Giove, ma al tempo stesso Primordiale, e dunque Madre e al contempo figlia di Giove.

Palazzo Barberini, costruito sul perimetro del Santuario della dea della Fortuna

Si tratta di un complesso architettonico tardo-repubblicano. Il complesso risale alla fine del II secolo a.C., così come testimonierebbero alcune epigrafi, ma il culto della dea risalirebbe già al IV – III sec. a.C.

Il santuario si articola in sei terrazze, costruite alle pendici del monte Ginestro, collegate attraverso scale e rampe di accesso. Le mura di fondo delle terrazze sono state costruite in opera incerta e in opera poligonale.

Questo importante santuario era famoso in tutta Roma. La struttura architettonica nel tempo ha ispirato costruzioni come il Belvedere del Vaticano del Bramante, Villa Sacchetti del Pigneto di Pietro da Cortona, il Vittoriano di Giuseppe Sacconi e molti altri.

Diversa e varia l’iconografia della dea Fortuna, a seconda della tipologia di sorte cui arrideva. Dalla dea Fortuna di derivazione greca, alla Fortuna marina che aveva le caratteristiche di Iside e di Venere marina.

Il culto era legato al destino degli uomini e pertanto non poteva non avere un oracolo, che profetizzava attraverso l’estrazione delle sortes, le sorti, pescate da un bambino che rappresentava Iupiter Puer, Giove bambino.

Iupiter Puer si contrappone a Iupiter Arcanus, il custode dell’“arca”, contenitore in legno di ulivo il cui legno era considerato miracoloso, sul cui terreno era stato costruito il santuario della divinità. L’arca, costruita con questo legno sacro custodiva al suo interno le “sorti” che davano i responsi all’oracolo, proprio come racconta Marco Tullio Cicerone: «Là dove ora si trova il tempio della Fortuna, fluì miele da un olivo, e gli aruspici dissero che quelle sorti avrebbero goduto grande fama, e per loro ordine col legno di quell’olivo fu fabbricata un’urna, e lì furono riposte le sorti, le quali oggidì vengono estratte, si dice, per ispirazione della dea Fortuna».

Alcune immagini del film nel videoclip di “Luna Diamante” di Mina.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *