La bellissima riflessione sul rimpianto

Il rimpianto è vicino di casa della nostalgia, ma mentre questa a volte sa essere anche dolce, il rimpianto è sempre amaro. È la consapevolezza che sulla strada della vita non hai fatto tutti i passi che potevi e forse dovevi fare, che ti sei ritratto per paura di sbagliare o magari solo per pigrizia, e che hai perso quell’occasione importante, la quale per disdetta non si ripresenterà più. Si dice è meglio avere rimorsi che rimpianti, è vero, perché gli sbagli, le colpe che generano rimorsi possono essere sempre perdonate e diventare sprone per il futuro, viceversa il rimpianto si avvita su se stesso, rende tristi e inattivi. È un po’ il contrappasso degli ignavi, di chi, secondo Dante, non ha scelto tra Dio e Lucifero, ma è stato ad aspettare il vincitore. Dopo è troppo tardi, e la ricerca del tempo perduto, che ci ha regalato il capolavoro di Proust, si rivela alla fin fine solo una ulteriore perdita di tempo. Il rimpianto non sostiene e non orienta la vita. A che serve almanaccare sulle parole che non ti ho detto ieri, se non imparo a dirle domani?! Il rimpianto è crepuscolare, come le rose non colte di Gozzano. È un capitolo di spesa emotiva improduttiva, nonostante l’aria di struggimento e l’apparente sincerità d’animo. È foglia morta che diventa poltiglia di niente. Meglio vivere col sole in fronte, meglio cantare come Edith Piaf non, je ne regrette rien [non rimpiango niente, ndr].

(da un servizio del TG2 dell’11 maggio 2014 ore 20.30 di Tommaso Ricci)

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