J.K. Rowling: “usate il fallimento per essere felici”

Nel giugno del 2008, J.K. Rowling, famosissima autrice della saga letteraria di Harry Potter, ha tenuto un discorso di ringraziamento (che potete leggere in originale qui) ad Harvard per il riconoscimento della laurea honoris causa nel giugno del 2008. Il discorso, è stato, ed è, una vera ispirazione per le nuove generazioni, a vedere la sconfitta come un punto di partenza e lottare per la propria felicità.

“Sapete, ho pensato a lungo a cosa dire oggi. Mi sono chiesta cosa avrei voluto sentire nel giorno della mia laurea, e quali lezioni importanti ho imparato nei 21 anni che sono trascorsi tra quel giorno e questo.

Ho trovato due risposte. In questo meraviglioso giorno in cui siamo qui riuniti per celebrare il successo accademico, ho deciso di parlarvi dell’importanza del fallimento. E mentre ti trovi sulla soglia di quella che viene definita “vita vera”, voglio ricordarvi dell’importanza fondamentale dell’immaginazione.

Le mie vi possono sembrare scelte donchisciottesche e paradossali, ma vi prego, ascoltatemi bene.

Se guardo alla 21enne che ero quando mi sono laureata, credo che la 42enne che sono oggi sia un’esperienza scomoda. Avevo speso metà della mia vita in equilibrio, tra l’ambizione e i desideri che avevo e quello che invece mi sarebbe spettato.

Ero convinta che l’unica cosa che volevo fare nella vita era scrivere. Tuttavia i miei genitori, entrambi provenienti da ambienti poveri e nessuno dei due era stato all’università, ritenevano che questa mia grande immaginazione fosse una bizzarria che non avrebbe mai pagato il mutuo o mi avrebbe garantito una pensione.

So quanto possa sembrare ironico tutto ciò, oggi.

Ma loro speravano che io prendessi una laurea che mi avviasse ad una professione. Io invece volevo studiare letteratura inglese. Il compromesso maggiore non soddisfò nessuno e alla fine ho studiato lingue moderne. L’auto dei miei genitori aveva appena svoltato l’angolo alla fine della strada, quando io avevo già abbandonato il tedesco ed ero fuggita verso il corridoio dei Classici.

Non credo di aver mai detto ai miei genitori di aver preso a studiare i Classici. Probabilmente lo hanno scoperto il giorno stesso della mia laurea.

[…] Tengo però a precisare che non biasimo i miei genitori per il loro punto di vista. C’è una data di scadenza in cui incolpi i tuoi genitori per averti guidato nella direzione sbagliata, ma nel momento in cui sei abbastanza grande da prendere in mano il volante, la responsabilità ricade su di te. Per giunta, non critico i miei genitori per aver sperato che io non conoscessi mai la povertà. Loro stessi erano stati poveri, e anche io lo sono stata, e sono abbastanza concorde nel ritenere che non sia un’esperienza edificante.

La povertà porta alla paura, allo stress e a volte alla depressione. Significa tantissime umiliazioni e difficoltà.

Uscire dalla povertà con le proprie gambe, è invece qualcosa di cui vantarsi, ma la povertà stessa è romanticizzata solo dagli sciocchi.

Quello che temevo di più per me stessa a 21 anni, non era la povertà, ma il fallimento.

A 21 anni, nonostante una spiccata motivazione all’università, dove passavo troppo tempo a scrivere storie nei bar, e troppo poco tempo alle lezioni, avevo comunque l’abilità di superare gli esami, e questo, per anni, era stata la misura del successo nella mia vita e quella dei miei coetanei.

Ma non sono così ottusa da credere che, solo perché sei giovane, intelligente e ben educato, non hai mai conosciuto difficoltà o delusioni.

Talento e intelligenza non hanno mai protetto nessuno contro gli scherzi del Destino, e non ho pensato nemmeno per un momento che tutti qui abbiamo avuto solo una vita ricca di soddisfazioni e privilegi.

[…] Alla fine siamo noi stessi a decidere cosa rappresenti un fallimento, ma il mondo non vede l’ora di stabilire una serie di criteri e decidere quando hai fallito.

Quindi penso sia giusto affermare che da un punto di vista razionale, a soli sette anni dalla mia laurea, avevo fallito su di una scala epica! Un matrimonio lampo scoppiato troppo presto, ed io ero un genitore single e disoccupato, e la più povera della Gran Bretagna, senza essere una senzatetto. Le paure che i miei genitori avevano avuto per me e che io avevo avuto per me stessa, si erano realizzate, e sotto ogni punto di vista io ero il più grande fallimento che avessi mai visto.

Non ho intenzione di descrivervi il fallimento come qualcosa di divertente. Quel periodo della mia vita è stato buio, e non avevo idea che ci sarebbe stato quello che la stampa ha da allora descritto come una sorta di risoluzione da favola. Non avevo idea di quanto fosse lungo il tunnel, e per molto tempo ogni luce alla fine era più una speranza che una realtà.

Allora perché vi parlo oggi dell’importanza del fallimento? Semplicemente perché il fallimento è stato un impatto con la realtà. Ho smesso di raccontare a me stessa di essere qualcosa di diverso da ciò che ero veramente, e ho cominciato a spendere tutte le mie energie per finire l’unica opera che mi interessava davvero. Se avessi avuto successo in qualsiasi altra cosa, forse non avrei mai avuto la determinazione di riuscire nell’unica arena cui sentivo di appartenere davvero. Mi ero liberata, perché la mia più grande paura era diventata realtà, ed ero ancora viva, avevo una figlia che adoravo, e avevo una vecchia macchina da scrivere e un’idea. E così il fondo è diventato invece un fondamento solido su cui ho ricostruito la mia vita.

Potreste non fallire nelle proporzioni in cui ho fatto io. Ma un fallimento nella vita è inevitabile.

È impossibile vivere senza fallire in qualcosa, a meno che non si viva così cautamente che è come non aver vissuto affatto, e in quel caso si è già fallito.

Il fallimento mi aveva dato una sicurezza interiore che non avevo mai avuto superando esami. Il fallimento mi ha insegnato cose su di me che non avrei potuto imparare in nessun altro modo. Ho scoperto di avere una fortissima volontà e più disciplina di quanto pensassi. Ho anche scoperto di avere amici il cui valore è invece inestimabile.

La consapevolezza di esserne uscita più saggia e più forte dalle battute di arresto significa che tu sei, sempre a posteriori, sicuro della tua capacità di sopravvivere. Non conoscerai mai te stesso, né la forza delle tue relazioni, finché entrambi non saranno stati provati dalle avversità. Questa conoscenza è un vero dono, per tutto ciò che è dolorosamente vinto, e vale più di qualsiasi altra qualificazione o titolo che abbia mai guadagnato.

Alla luce di questo salto nel tempo, direi alla me stessa neolaureata che la felicità personale sta nel sapere che la vita non è una lista di cose da fare. Le tue qualifiche, il tuo curriculum, non sono la tua vita, anche se incontrerete persone della mia età e anche più anziane che tenderanno a confondere queste due cose.

La vita è difficile e complicata, e va oltre il controllo di ognuno, e l’umiltà di saperlo, ti permetterà di sopravvivere alle sue vicissitudini.

Adesso potreste pensare che ho scelto il mio secondo tema, l’importanza dell’immaginazione, per ciò che ha rappresentato nella ricostruzione della mia vita, ma non è proprio così. Anche se difenderò fino al mio ultimo respiro l’importanza delle favole della buonanotte, ho imparato ad apprezzare l’immaginazione in un senso più ampio.

L’immaginazione non è soltanto la capacità umana di immaginare ciò che non è. Non è solo la fonte di ogni invenzione e innovazione. Nella sua capacità più trasformativa e rivelatrice, è il potere che ci permette di entrare in empatia con gli umani con cui non abbiamo mai condiviso esperienze.

[…] Oggi vi auguro di avere amicizie speciali quanto quelle che ho io. E domani, spero che voi non ricordiate una sola parola di ciò che oggi sto dicendo, ma ricordiate quelle di Seneca, un altro di quei vecchi romani che ho incontrato quando sono fuggita verso il corridoio dei Classici, alla ricerca dell’antica saggezza. La vita è come un romanzo: non importa quanto sia lungo, ma quanto sia buono. Ed è questo che io vi auguro oggi, buone vite”.

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