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Andy Warhol, l’artista che trasformò l’arte in un prodotto commerciale

Sono oltre 60.000 i visitatori accorsi a vedere Chagall – Sogno d’Amore a Napoli che, se sommati agli oltre 100.000 di Escher al Palazzo delle Arti, fanno 160.000 visitatori in pochissimi mesi. Continua dunque l’avventura napoletana del gruppo Arthemisia, che dopo la retrospettiva sull’artista di origine russa, ritorna alla Basilica della Pietrasanta, oggi LAPIS Museum, con Andy Warhol, dal 26 settembre fino al 23 febbbraio 2020. Una monumentale retrospettiva che prova a riassumere la filosofia della sua arte con oltre duecento opere.

A parlarcene in anteprima Sergio Gaddi che, nella Sala del Capitolo del Complesso di San Domenico a Napoli, ha tenuto un incontro dei suoi fortunati Racconti dell’Arte, parlando del discusso artista americano.

Sergio Gaddi, Sala del Capitolo – San Domenico Maggiore, Napoli.

Ma chi era esattamente Andy Warhol?

Un esponente del suo tempo. È questa forse la definizione migliore, perché Warhol, nato nel 1928, ha incarnato e raccontato gli anni centrali del ‘900 americano, a cominciare dai primi anni ’50, quando poco più che ventenne comincia a lavorare come illustratore per importanti magazine: New Yorker, Harper’s Bazaar e molti altri, coniugando il disegno con la sua creatività e passione per la moda.

Di umili origini, riesce tuttavia a frequentare una scuola prestigiosa, grazie al risarcimento per la prematura morte del padre a seguito di un incidente, quando lui aveva appena 14 anni. La morte. Sarà questo uno dei temi che ricorrerà spesso nelle sue opere: dalla serie Skull, del 1976, in cui ritrae dei teschi come memento mori, alla raffigurazione di persone che si gettano da un palazzo (anticipando quella che sarà una delle drammatiche quanto iconiche immagini dell’11 settembre), a Marilyn (ritratta come nel film Niagara) che morirà prematuramente nel 1962.

Marilyn, Andy Warhol

Era un’America culturalmente viva quella degli anni ’50. Anni in cui il giovane Warhol desiderava emergere con quei suoi disegni un po’ fumettistici fino a quando capisce che già un altro artista ci era riuscito con maggior successo e creatività, Roy Lichtenstein.

Fu allora che, su suggerimento di un’amica (alla quale paga la sua idea) comincia a ritrarre ciò che conosceva meglio, la sua quotidianità. Sì, perché il giovane Andy Warhol è sempre stato attratto dalla ricchezza, bellezza e varietà dei Grandi Magazzini, gli stessi in cui lavorava come commesso a Natale per arrotondare.

Campbell’s Tomato Soup, Andy Warhol

Comincia a ritrarre la quotidianità, partendo proprio dai prodotti commerciali. Famosa è la serie Campbell’s Soup, in cui ritrae tutti e trentadue barattoli delle varianti dell’ormai famosa zuppa, ma anche Brillo o la Coca Cola, rievocandone quel democratico potere di essere la stessa per tutti, per il Presidente degli Stati Uniti e per tutti gli americani.

Era attratto dalla pubblicità, Warhol, e dai media, dalle nuove tecnologie, che comprava e sperimentava per esprimere se stesso: pittore (la sua tecnica era la serigrafia), ma anche attore, regista, scrittore, produttore musicale. Ha espresso se stesso attraverso ogni forma, trovando ogni volta forme nuove ed originali per lasciare il segno.

Green Disaster, Andy Warhol

Già negli anni ’60 Andy ha la percezione che la serialità delle notizie togliesse interesse alle notizie stesse. Vedere tragedie dai telegiornali all’ora di cena, toglieva rilevanza alla stessa notizia. E così che crea Green Disaster, che altri non è che una foto di un incidente d’auto in un cangiante colore verde quasi a fissarla sulla tela, ad amplificarla, a gridare al mondo che il dramma c’è. È lì, sotto i nostri occhi.

Ha la capacità di rappresentare l’America, con i suoi vizi e le sue virtù, con l’intelletto e la creatività dei grandi nomi e volti famosi che si sono susseguiti nell’iconico Studio 54, un modo di essere più che una discoteca, in cui Warhol è entrato a contatto con l’élite newyorkese e con artisti emergenti.

Voleva fare soldi. Per lui non c’era niente di più nobile che fare denaro, e voleva farlo, spudoratamente, con la sua arte, prodotta in serie in quella sua Factory, nata come laboratorio e fucina di artisti e ridotta quasi a ufficio commerciale con l’affermazione dei suoi lavori sul mercato.

Il contatto con Napoli arriva negli anni ’80, quando un grande gallerista napoletano, Lucio Amelio, lo vuole con grande forza, e con lui tutta una serie di artisti dando vita a Terremotus, mostra che conterrà il celebre manifesto FATE PRESTO.

Ma a Andy tutto questo non basta, e decide di cimentarsi anche come regista, registrando Sleep, film in cui il suo amante, che dorme completamente nudo su di un divano rosso, dorme per oltre cinque ore senza alcun montaggio. Perché lui era questo, un innovatore, e benché quello fosse un film che nessuno probabilmente avrebbe mai visto, lo aveva fatto semplicemente per far coincidere il tempo reale e quello cinematografico. Resteranno nell’immaginario collettivo i suoi Provini, tra cui quello di Dalì, in cui piazzava la telecamera davanti al suo interlocutore e poi andava via.

Little Electric Chair, Andy Warhol

Morirà a soli 59 anni, da solo, sorprendendo tutti come aveva fatto per quasi quarant’anni con le sue opere. In silenzio, come quel macabro cartello che evidenzia in Little Electric Chair, la piccola sedia elettrica. Elettrica come la sua arte, capace di fulminare le nostre coscienze e spingerci a riflettere sul vero significato dell’arte e della vita.

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