700.000 visitatori in un anno. Tutti i record di Cappella Sansevero a Napoli

Mettendo da parte i buonismi, è inutile negarlo: la cultura può e deve fatturare. E deve farlo per due motivi fondamentali: per garantire una curatela ai siti di interesse archeologico e storico-artistico, per consentire al grande pubblico di poterne godere. Sono due facce della medesima medaglia che, inutile prenderci in giro, necessitano di soldi: da parte delle aziende e delle società che se ne prendono carico per poter finanziare riaperture, restauri, recuperi, adeguamenti ecc. ecc.; da parte del visitatore che, pagando un biglietto d’accesso, contribuisce affinché tutto ciò sia possibile e trovi soprattutto sostentamento anche chi con l’arte lavora. 

Lo sa bene Cappella San Severo a Napoli, che ha chiuso il 2018 con ben 700.000 visitatori (basti considerare che numeri del genere li fa soltanto il Museo Archeologico Nazionale di Napoli), ed ha registrato un aumento di presenze del 18% rispetto all’anno precedente, il 2017, segnando un incremento del 178% negli ultimi cinque anni. 

A diffondere questi dati è lo stesso museo, che si conferma come il sito più visitato del capoluogo partenopeo: «I dati registrati nell’ultimo anno – ha detto all’ANSA Fabrizio Masucci, direttore del Museo Cappella Sansevero – sono da considerarsi tanto più straordinari pensando alle dimensioni contenute dello spazio espositivo e dell’area di attesa all’esterno». 

Sì, perché forse non tutti sanno che Cappella Sansevero, piccolo gioiello del barocco napoletano, è incastonata in un vicoletto del centro storico della città, nemmeno facilissimo da trovare di primo acchito. Eppure, nonostante la posizione apparentemente avversa, è riuscita a diventare non soltanto uno dei monumenti più celebri a Napoli, ma vero e proprio must see per i turisti che qui vengono a frotte facendo file lunghissime e ore di attesa. 

Merito della sua bellezza, certo, ma anche delle ineguagliabili opere che custodisce. A cominciare dalla più nota, la scultura del Cristo Velato, realizzata da Giuseppe Sanmartino, che rappresenta il Cristo avvolto nella sacra sindone, finemente scolpita al punto da generare leggende alchemiche sulla sua veridicità (tranquilli: è marmo vero). 

Ma anche la Pudicizia di Antonio Corradini, scultura, che Raimondo De SangroPrincipe di Sansevero e proprietario della cappella, aveva commissionato in ricordo della prematura morte di sua madre, e che avrebbe posto nell’originaria collocazione dell’Antico Tempio dedicato alla dea Iside, dove oggi sorge la Cappella. Sì, perché oltre a queste sculture straordinarie, tra le quali anche il Disinganno di Francesco Queirolo, c’è tutto un simbolismo che avvolge la costruzione, che spazia dall’Antico Egitto e divinità orientali alla Massoneria. 

Parte del merito di questo successo va senza dubbio ad una buona campagna di marketing, che dai documentari sulle reti nazionali, non ultimo Alberto Angela, alla comunicazione estera, passando per il recente rebranding, Museo Cappella Sansevero, ha senza dubbio contribuito a veicolare il “prodotto” suscitando il giusto interesse. 

«È da sottolineare anche – prosegue Masucci dall’ANSA – il gradimento espresso dagli utenti: su Tripadvisor il Museo è stabilmente primo tra quasi 600 “siti di interesse” segnalati sul portale». 

Ma Cappella Sansevero non rientra tra i musei pubblici. La sua gestione è privata, e nel 2017 è stata per questo inserita dal Financial Times nella classifica delle 1000 imprese europee con il maggior tasso di crescita di fatturato, unica società museale all’interno della lista. 

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